L’uno – Jorge – è stato chiamato al soglio di Pietro “quasi dai confini del mondo”; l’altro – Giorgio – per (ri) salire al Quirinale non si è neanche dovuto muovere: era già lì. Il primo è stato scelto per cambiare e rinnovare la Chiesa; sul secondo invece fanno affidamento i partiti tradizionali per non essere travolti dalla contestazione che cresce ogni giorno di più.

Papa Francesco, caso unico nella storia della Chiesa, ha potuto incontrare il suo predecessore; Napolitano, per la prima volta dalla nascita della Repubblica, non ha ricevuto nessun passaggio di consegne visto che il Presidente entrante coincideva con quello uscente…

 

Sono tanti i rimandi, le analogie, le differenze e le somiglianze – a partire proprio dal nome – tra le figure che, sulle due sponde del Tevere, governano oggi la Chiesa e lo Stato al termine di due elezioni entrambe assolutamente sorprendenti, anche se per motivi del tutto diversi. Ma nella forma e nella sostanza della loro autorità c’è una differenza sostanziale: mentre il Papa, anche se non è più un sovrano assoluto, è comunque il capo indiscusso della cattolicità, il potere del Presidente della Repubblica è, come noto, ben più limitato e si deve confrontare (e talvolta scontrare) con quello delle altre cariche dello Stato e degli stessi partiti e movimenti politici.

Un esempio della difficile e per certi versi paradossale situazione in cui si trova il Capo dello Stato la si è avuta nel corso del suo commosso discorso di insediamento alle Camere: che senso si deve dare agli applausi scroscianti con cui coloro che lo avevano appena eletto sottolineavano le sue severe parole di critica e di ammonimento? Erano una sorta di “mea culpa” (ipotesi ottimistica ma improbabile) o, più verosimilmente, nascevano dalla convinzione che esse fossero sicuramente rivolte ad “altri”: al centrodestra per quelli del PD e viceversa? In questo secondo caso, le sollecitazioni, del resto non certo nuove, del Presidente della Repubblica alle forze politiche affinché finalmente facciano ciò che il Paese chiede loro sono probabilmente destinate a cadere nel vuoto per l’ennesima volta.

Se dunque le prospettive – per il Capo dello Stato ma anche (e soprattutto) per gli italiani – non sono incoraggianti, a Napolitano resta un’estrema opzione, del resto da lui esplicitamente evocata: e stavolta il termine di confronto non è Papa Francesco, bensì il suo predecessore, Benedetto XVI, che dopo aver “resistito” quasi 8 anni ha scelto di mettersi da parte e di lasciare ad altri la sua fatica.

A proposito: Napolitano taglia tra pochi giorni il traguardo dei 7 anni di Presidenza; se il suo riferimento fosse proprio Papa Ratzinger non c’è davvero tempo da perdere per fargli cambiare idea…

 

Riccardo Campanini