Prima l’elogio di Mussolini (poi ovviamente ritrattato) da parte di Berlusconi e gli ammiccamenti di Grillo verso Casa Pound; ma eravamo in campagna elettorale e, si sa, pur di prendere qualche voto in più…. Poi, a sorpresa, la polemica sul fascismo è riesplosa fragorosamente dopo le elezioni a seguito delle opinioni espresse in merito della neo-capogruppo alla Camera del Movimento 5 stelle.

L’on. Lombardi ha ribattuto che la sua analisi storica si riferiva “al primo programma del 1919, basato su voto alle donne, elezioni e altre riforme sociali che sembravano prettamente socialiste rivoluzionarie e non certamente il preludio di una futura dittatura”. Peccato (forse la Lombardi non è proprio ferratissima in storia) che, mentre si battevano per queste nobili cause, i fascisti usassero come mezzo di propaganda “olio di ricino e manganello” e le loro squadracce andassero in giro a distruggere sedi e proprietà degli avversari politici, fossero essi socialisti o cattolici. E peccato – ma non è colpa sua – che la Lombardi abbia nel frattempo ricevuto la solidarietà di Forza Nuova…

 

Ma, anche a prescindere da disquisizioni storiografiche, è difficile negare, come dimostrano appunto le tante occasioni in cui la questione riemerge, che la mancanza di una valutazione condivisa ed univoca del ventennio fascista è tuttora un “nervo scoperto” della politica italiana (in Germania, ad esempio, le rare volte in cui i politici parlano del nazismo è solo per ribadirne l’assoluta condanna). Perché?

Un motivo può essere individuato nel fatto che, entrati in crisi i partiti tradizionali, si sono affermati movimenti politici di tipo carismatico e contrassegnati da venature populistiche, che inevitabilmente vengono paragonati – magari solo per sottolinearne le differenze – con il fascismo, che aveva le medesime caratteristiche. Se a questo aggiungiamo che quelle stesse forze politiche intercettano la crescente diffidenza dei cittadini verso tutto ciò che arriva dall’esterno – la globalizzazione, l’Europa, la finanza internazionale…- considerato a torto o a ragione la causa della crisi, ecco che le analogie con l’epoca dell’autarchia e del nazionalismo diventano ancora più evidenti. Ma proprio per evitare fraintendimenti e strumentalizzazioni occorrerebbe che partiti e movimenti rimarcassero in modo inequivocabile l’assoluta estraneità rispetto a quell’esperienza e a quel modello di partito e di governo. Invece, complice anche una quota significativa di cittadini (e quindi di elettori) “nostalgici”, la tentazione di proporre improbabili distinzioni tra il “buono” e il “cattivo” del fascismo diventa talvolta irresistibile.

Attenzione, però: come sottolineano molti politologi le analogie tra la situazione italiana di oggi e quella della Repubblica di Weimar degli anni ’20 (crisi economica, malessere sociale, ingovernabilità, ecc.) sono significative ed inquietanti; tanto più che anche in quel frangente qualche partito seguiva la logica del “tanto peggio tanto meglio”. Visto come è andata a finire allora, è bene correre ai ripari subito e senza esitazioni: come si suol dire, meglio prevenire che reprimere – anche perché nel caso del nazifascismo sappiamo bene cosa è costato il dover ricorrere alla seconda opzione.

Riccardo Campanini