“Parlare di Dossetti per me è soprattutto affrontare l’attualità di Dossetti. Resto ogni volta meravigliato, e lo sono in particolare oggi a 100 anni dalla sua nascita, da quanto ci si faccia interrogare dalla sua vita, dalle sue opere, dal suo pensiero: l’uomo, il giurista, il politico, l’uomo del Concilio Vaticano II, il sacerdote, il monaco, il difensore della Costituzione”.

Onida ha citato due interventi cruciali di Dossetti, del 1951 e del 1994, per tracciarne la figura e il pensiero, smontando i luoghi comuni del Dossetti ideologico, decisionista, statalista o “parlamentarista” e sottolineando la stringente attualità delle tesi, costruite su una eccezionale capacità di analisi delle realtà mutate.
Si tratta dello scritto più recente, “illuminante e molto significativo sul suo itinerario spirituale, una sorta di rapida autobiografia: il discorso di Pordenone del 17 marzo 1994” e della relazione ai giuristi cattolici ‘Funzione e ordinamento dello Stato moderno’ del 1951.
Nel primo in particolare, “ci sono le chiavi per capire il suo cammino la sua coerenza, nonostante i grandi cambiamenti che nella sua vita sono avvenuti, la sua capacità di comprensione del mondo e degli avvenimenti, la chiave per capire le sue svolte, anche radicali. Colpisce la sua visione di lungo termine, la sua capacità di comprensione della realtà non era comune. Dossetti non fu mai conservatore, anzi ha sempre avuto il coraggio di affrontare il nuovo, i cambiamenti. I tempi passati erano per lui irrimediabilmente passati, non credeva al ritorno di quei tempi: i presupposti erano nuovi, a questi non ci si doveva e deve rassegnare, ma serve guardarvi con sincera apertura e una certa fiducia. Era aperto al nuovo, né nostalgico del passato, né ottimista a oltranza”. E con questa lucidità, “non con adattamento, ma con comprensione del cambiamento”, a metà anni Novanta, Dossetti mise in guardia da una nuova “incubazione fascista”.
Nella relazione del ‘51, rispetto a un mondo cattolico che aveva nutrito fino a pochi decenni prima forti dosi di diffidenza verso lo Stato e quindi la politica, Dossetti dice: “Non temete, non abbiate paura dello Stato, che come la politica ha uno scopo, una finalità: la legalità, la giustizia per la felicità. Quindi una visione esigente della politica, quasi totalizzante. Emerge una fiducia nello Stato e nella politica quasi eccessiva oggi, prometeica, pur nella consapevolezza di una società pluralistica che andava affermandosi”. Nel ’94-95, sottolinea Onida, c’è “una sua sorta di presa di distanza rispetto al Dossetti del ’51: non un abbandono sprezzante, ma le analisi del ’51 erano, in alcuni svolgimenti, da lui stesso considerate superate dai tempi”.

Almeno cinque, infatti, sono i temi del ’51 ancora attuali, per Onida: 
“Primo insegnamento di estrema attualità dell’analisi di Dossetti è il finalismo dello Stato. La politica e lo Stato non possono non avere fini, non possono limitarsi a garantire la spontaneità sociale, il libero movimento delle forze. La politica non può non avere fini di giustizia. Oggi è dilagante invece l’idea che la politica non solo è impotente, ma deve essere impotente, non deve avere fini, ma governare un mercato, quello del consenso. Poi ne verrà fuori un equilibrio di prezzi e interessi, a seconda di come ciascun attore riesce a gestire le proprie possibilità… Questo sottende a una visione di democrazia esclusivamente procedurale, una procedura che tutti rispettano al di là dei fini. Questa democrazia non ha nerbo in se stessa, può essere vuota, è destinata a scomparire, a sciogliersi in una società in cui i fini sono individuati da altri, da altre realtà. Una visione oggi fortemente presente”.

“Secondo insegnamento attualissimo, dal pensiero cattolico tradizionale: sì allo Stato e però anche al riconoscimento dei corpi sociali intermedi. Ma non un riconoscimento assoluto e incondizionato delle spontaneità sociali. Oggi va di moda la sussidiarietà, orizzontale o verticale, che però viene invocata come un ascensore, non per rimettere le decisioni più in basso ma, dato che, si sostiene, le decisioni dal basso non vanno bene, le si fanno risalire più in alto. In tal modo, paradossalmente, i centralismi si appoggiano spesso sulla sussidiarietà. Oggi siamo in una fase estrema di centralismo, che nasce dalla sfiducia nella politica”.

“Terzo insegnamento evocato da Dossetti: l’immunità dell’economia e del potere economico nell’ordinamento giuridico. I mercati oggi sono riferimento e condizionamento totali. Funziona la lex merctoria. Pensiamo al significato odierno della finanza, quell’aspetto dell’economia che più prescinde, più è immune dall’ordinamento giuridico, dallo sforzo dell’umanità e dei popoli di dare un ordine ai fenomeni che accadono. Chi batte veramente moneta oggi, una delle principali prerogative dello Stato? Solo le banche centrali o europea? Credo si abbia una creazione di moneta illimitata e senza nessun governo, si crei moneta dal nulla”. Un esempio è il fenomeno dei derivati.

Quarto punto attuale dell’analisi di Dossetti, per Onida, è la rinuncia dello Stato alla mediazione attiva fra le componenti del corpo sociale: “Oggi si dice: pensi la società a trovare le sintesi, è la big society. Si corre il rischio di un corporativismo statico, in cui gli interessi delle categorie prevalgono per la forza che hanno, non c’è nessun tentativo di ordine su questo corporativismo. Quindi non si fa più unità. L’unica unità che si può fare è quella per cui si è d’accordo sul fatto che ciascuno fa quel che può, secondo la sua forza. L’unità della Costituzione nasce invece dalla fiducia e dalla convinzione che vi sia qualcosa che fa unità, riferimenti comuni, sostanziali, non solo procedurali”.
Infine, quinto punto, “la mancanza di pubblicità responsabile. Pensiamo alla trasparenza di oggi, alla non visibilità, alla non comprensibilità attuale dei processi decisionali… ”.
Da qui, la prospettata crisi del Parlamento e l’efficienza decisionale del ’51.
“Se andiamo però a leggere il Dossetti del ‘94-95, ecco il Dossetti che, con la sua capacità di analisi dei cambiamenti, è capace di un’analisi nuova, all’avanguardia: mette in guardia contro i pericoli del presidenzialismo italiano, insiste sull’opportunità di modifiche costituzionali, ma ben mirate, che non tocchino spirito ed equilibrio complessivo della Costituzione: si converte a un parlamentarismo riformato. E insiste sulla necessità di garantire la Costituzione contro modifiche avventate, sostiene il rafforzamento del procedimento di revisione costituzionale, con maggioranza dei due terzi e referendum”.
“Ecco perché – ha concluso Onida – le difese della Costituzione del ’94-95 non sono, come asseriscono alcuni, una clamorosa conversione del Dossetti statalista e decisionista del ’51, sono invece il frutto della stessa lucidità di analisi in una realtà mutata. Non un fatto ideologico, ma la sua capacità di cogliere il nuovo, i cambiamenti delle cose. Dossetti non è ideologico, è uomo di fortissime convinzioni e di estrema capacità di analisi. Il Dossetti del ’51 è lo stesso del Dossetti del ’94-95 che parla in realtà a mondi diversi tra loro. Ecco perché oggi possiamo dirci dossettiani”.