L’Azione cattolica di Corpus Domini e San Giovanni Battista, nell’ambito di un ciclo sul Vaticano II, hanno organizzato mercoledì 23 gennaio l’incontro “Madri del Concilio”, dedicato alle 23 donne che parteciparono al Concilio in qualità di uditrici: una presenza generalmente ignorata nelle ricostruzioni del Vaticano II, ma che ha avuto un’importanza decisiva sotto diversi punti di vista.

Riferimento imprescindibile per chi voglia sapere chi erano e cosa fecero le uditrici è il libro di Adriana Valerio “Madri del concilio”, pubblicato da Carocci nel 2012: un volumetto agile e divulgativo, frutto di una di una ricerca che la storica e teologa napoletana ha intrapreso su sollecitazione del Coodinamento teologhe italiane (Cti) in vista del 50° anniversario dell’inizio del Vaticano II (*). Da questo testo ha preso le mosse l’intervento di Rita Torti, a cui era stato chiesto di suggerire chiavi di lettura ed enucleare alcuni snodi che ancora si manifestano come problematici e provocatori, e che possono quindi offrire materia di riflessione a tutti coloro che si sentono impegnati a costruire la Chiesa di oggi e di domani.

L’8 settembre 1964, una settimana prima dell’inizio della III sessione del Concilio Vaticano II, Paolo VI annuncia di aver “dato disposizione affinché anche alcune donne qualificate e devote assistano, come uditrici, a parecchi solenni riti e a parecchie congregazioni generali della prossima III sessione del Concilio ecumenico Vaticano II.

Caratteristica comune alle 10 religiose e 13 laiche che furono invitate era l’essere rappresentanti di congregazioni o associazioni di estensione continentale o internazionale; alcune portavano l’esperienza della fede cattolica di altri riti, due erano vedove di guerra. Tutte erano donne con grandi competenze, forti personalità e una conoscenza del mondo e delle sue complessità e diversità che a molti molti vescovi mancava. Come i colleghi maschi (28 furono in tutto gli uditori, presenti già dalla II Sessione), e spesso insieme a loro, nell’anno che separa la loro convocazione dalla fine del Concilio (un anno circa) esse lavorano intensamente sui i vari schemi che vengono trasmessi dalla segreteria (si trattò soprattutto dello Schema XIII – la futura Gaudium et Spes – e dello schema De ecclesia – la futura Lumen Gentium); discutono, propongono modifiche, scrivono emendamenti, danno pareri, preparano interventi da far pervenire alle commissioni o alla segreteria. Parallelamente organizzano moltissimi incontri fuori dall’aula, consultazioni allargate, relazioni con le loro realtà di riferimento; incontrano i padri conciliari, si confrontano con donne delle “Chiese separate”.

Perché tante resistenze?

Tutto questo impegno, il contributo che esse diedero allo spirito e alla lettera del Concilio, fu certamente possibile grazie alla “disposizione” data da Paolo Vi; la quale, però, da una parte non nasceva dal nulla, e dall’altra parte suscitò reazioni negative, che non vennero meno per tutta la restante durata del concilio.

Sul primo versante, è da sottolineare che molti fattori spingevano da tempo per la presenza di uditrici al Concilio: c’erano le petizioni che già prima del ‘62 erano state inviate da grandi associazioni di donne e da gruppi di studiose, in alcuni casi con l’appoggio dei loro vescovi; nella II sessione, inoltre, la richiesta era stata fatta sia dagli uditori che da alcuni padri conciliari (perché non si poteva fare a meno della presenza del contributo di metà dell’umanità). Più in generale, nell’ultimo secolo erano esplose, nell’ambito civile e in quello ecclesiale, non solo la denuncia delle discriminazioni imposte alle donne, ma anche il loro protagonismo sociale, sostenuto da forti spinte ideali, conquistato con lotte difficili (per il voto, per la salute, per lo studio, per il lavoro) e portatore di benefici per tutta la società. E c’era stata la Pacem in Terris con il famoso paragrafo 22; c’erano le nuove ecclesiologie che si andavano elaborando, la riscoperta dei carismi e delle Chiese locali…

Nonostante tutto questo, il Vaticano II iniziò senza donne; e anche quando furono ammesse, da parte della maggioranza dei padri conciliari ci furono resistenze manifeste e reiterate fino alla fine dei lavori. Analizzando le varie forme di queste resistenze – in una gamma che andò dal ritardo nella trasmissione delle convocazioni ,all’imbarazzo e alle battute canzonatorie, fino al negare il diritto di parola in assemblea (contro il parere e il volere degli uditori, a cui invece era data questa possibilità) – si possono porre alcuni interrogativi e impostare alcune riflessioni sulla natura di questa ostilità. In particolare, sul rapporto, in essa, tra il livello inconscio e quello consapevole; e sull’uso della Scrittura come argomento/arma, da parte degli uomini di Chiesa, nei confronti delle donne: un metodo a cui diversi Padri fecero abbondantemente ricorso.

Sono problemi di allora ma anche problemi di oggi, che investono non solo le questioni intra-eccelsiali ma anche il modo in cui gli uomini di chiesa intervengono (o altrettanto eloquentemente tacciono) su questioni sociali gravi e urgenti.

Né fiori né questioni a parte.

Pur in questo contesto da un certo punto di vista non certo incoraggiante, le uditrici riuscirono a svolgere un lavoro importante. Lo spirito del loro impegno è ben sintetizzato da madre Chimy, che disse: “Noi volevamo essere ascoltate, perché avevamo qualcosa da dire”; e anche dalla risposta data da madre Tobin al card. Antoniutti, il quale si era opposto serratamente alle istanze di rinnovamento della vita consacrata sostenute dalle religiose uditrici; al cardinale che spiegava di aver combattuto contro certe idee “per il bene della Chiesa”, la religiosa disse: “Anche io che ho spinto per il rinnovamento l’ho fatto per il bene della Chiesa”.

Il contributo delle uditrici, laiche e religiose, fu caratterizzato dalla competenza sul mondo, di cui esse erano consapevoli (ad di là dell’essersi sentite imbarazzate o inadeguate quando avevano ricevuto la convocazione); una competenza che nasceva dall’esperienza e dalla riflessione su di essa.
Fu ad esempio in forza della propria esperienza personale e associativa che Luz Maria Longoria, presidente di un’associazione messicana che contava 14.000 famiglie, cattoliche, riuscì ad essere decisiva nel far passare la concezione del matrimonio da “remedium concupiscientiae” a intima comunità di vita e di amore. “A me – disse rivolgendosi a un Padre conciliare – non piace cosa sta dicendo (sui fini del matrimonio)… disturba molto a noi madri di famiglia che i figli risultino frutto della concupiscenza. Io personalmente ho avuto molti figli senza alcuna concupiscenza: sono tutti frutto dell’amore”…”Con tutto il rispetto vi dico signori padri conciliari che le vostre madri vi concepirono senza questo timore della concupiscenza”.

Le uditrici erano concordi nel sostenere la necessità di una maggiore preparazione culturale sia per le religiose che per le laiche: una cultura che ne sostenesse l’autonomia e l’assunzione di responsabilità in campo ecclesiale e civile.

Soprattutto, non volevano essere considerate come l’aspetto poetico ed extrastorico dell’umanità, non volevano essere fiori, o raggi del sole, come recitava uno degli schemi arrivati in sottocommissione. “Padre – disse Rosemary Goldie a padre Congar – lasci fuori i fiori. Ciò che le donne vogliono dalla Chiesa è di essere riconosciute come persone pienamente umane”.

E infatti si impegnarono a far togliere dai testi tutto quanto era di fatto discriminante, perché faceva delle donne un capitolo a parte, un “altro” rispetto alla “normalità” maschile, e sostennero tutto ciò che – a livello di redazione dei singoli testi come sul piano dell’impostazione ecclesiologica generale – andava nella direzione di un Popolo di Dio in cui donne e uomini avessero la stessa dignità e comuni compiti e funzioni nella realizzazione della vocazione e missione dei cristiani nel mondo.

Come disse, a Concilio terminato, Pilar Belosillo: “La preoccupazione principale di noi donne è stata quella della non-discriminazione. Ritengo che questo criterio generale sia stato preferibile, piuttosto che seguire la tentazione pericolosa nella quale sono caduti alcuni testi primitivi, di dedicare cioè paragrafi speciali alle donne”.

In quella “tentazione pericolosa” cadde però subito il “Messaggio finale del Concilio alle donne”, che andava proprio nella direzione opposta a quella perseguita con lucida consapevolezza dalle uditrici. Madre Tobin non mancò di rammaricarsene: “Ma le donne non sono una categoria nella chiesa. Non dovrebbero essere onorate come donne più che gli uomini”.

E tuttavia è proprio in questa direzione che tendenzialmente si è sviluppato in seguito il discorso magisteriale, manifestando in tal modo due difficoltà speculari ancora presenti nel pensiero e nella pratica di molta parte della Chiesa: la difficoltà di assumere seriamente e fino in fondo la dualità maschile- femminile invece di occultarla dietro un neutro che in realtà considera il maschile come norma e normalità; e quella, quando invece di differenza si parla, di non imprigionarla in definizioni, essenze, ruoli, stereotipi, per quanto lusinghieri possano sembrare.

Da questi ultimi spunti, e grazie alle articolate e diversificate esperienze e riflessioni dei presenti all’incontro, è nato quindi un interessante scambio di pensieri e di idee, che al disagio per molte situazioni in cui ancora, nella Chiesa, il rapporto tra donne e uomini è squilibrato e poco evangelico, ha unito l’individuazione di alcune vie che si potrebbero percorrere per fare della comunità cristiana un luogo di vera promozione delle donne e degli uomini di oggi e di domani.

Rita Torti

(*) Il Cti ha celebrato la ricorrenza anche con un volume più corposo, “Tantum Aurora Est. Donne e Concilio Vaticano II” (Lit Verlag 2012), curato da M Perroni, S. Noceti e A. Melloni, e con il convegno internazionale “Teologhe rileggono il Vaticano II”, Roma. 4-6 ottobre 2012 (http://www.teologhe.org/?newsletter=newsletter-13-10-12)