Vedo in questo momento il percorso della mia vita e sento che non si può dividere in pezzi. Un filo fortissimo la tiene insieme, da quando si è costruita negli anni giovanili, ed é in quegli anni che ho incontrato Padre Balducci.

E’ stato uno dei maestri, un maestro forte. Era una stagione di maestri. In questa mia riflessione, che guarda alla mia vita con le responsabilità di allora e con quelle di oggi, io vi dirò come sono entrata in quella stagione che ci ha così fortemente segnato e come cerco oggi di vivere la mia responsabilità presente continuando ad assumere la responsabilità alla quale siamo stati educati. Senza soluzione di continuità, senza fratture, è una responsabilità che via via è cresciuta. Vent’anni dopo è questo il mio stato d’animo.

 

Sento una grandissima gratitudine, in fondo sono qui per dirvi semplicemente solo questo, nella mia vita, nelle nostre vite per i maestri che abbiamo incontrato.

Sono entrata a diciotto anni nella stagione del Concilio, una stagione, per chi ha la mia età, di una grazia enorme. Cresceva il desiderio di scoprire, di conoscere, trascorrevo la domenica leggendo “L’Avvenire d’Italia”di Raniero La Valle con la cronaca del Concilio e la rivista “Testimonianze” di padre Balducci.

Negli anni successivi – erano già gli anni ottanta – si cominciava a sentire un’aria diversa. I tempi stavano diventando duri. Io ero stata insegnante e poi direttrice didattica di una scuola, la “Pilo Albertelli”, nella periferia di Parma con gli immigrati del Sud.

Sentivamo il bisogno di respirare aria buona, di speranza e avevamo chiamato dei testimoni. Tra questi vi era Padre Balducci che ha tenuto la sua conversazione con il Collegio dei Docenti dando un’idea di come era il mondo e di come nella scuola si dovesse alimentare un pensiero critico. Se oggi guardo la scuola, sento che in essa vi é bisogno semplicemente di un pensiero. Che non c’è. Un altro dei maestri era don Milani, amico di Balducci, e la sua “Lettera a una professoressa” della scuola di Barbiana ci aveva cambiato la vita.

Percorro con il pensiero questi ultimi vent’anni e mi chiedo quale sia stata in essi la nostra responsabilità. Tra Chiesa e società italiana, io mi sentivo, dal Concilio in poi, sui confini. C’é chi si trova bene dentro un confine, io preferivo viverlo e attraversarlo, e Padre Balducci mi ha molto aiutato nell’attraversamento dei confini, nell’incontro con chi sta di là da essi. Me lo ricordo in una serata memorabile, in una grande sala pubblica di Reggio Emilia, con tanti seduti per terra, anziani, giovani, molti giovani insieme. Un pensiero, il suo, che sapeva unire le generazioni intorno a un’idea sul presente e sul futuro del mondo, che metteva insieme laici e cattolici, che metteva in discussione le categorie culturali del passato. E’ l’attraversamento dei confini, anche tra le religioni. Come possiamo pensare di avere perduto queste cose, proprio oggi quando, vent’anni dopo, sentiamo la forza di una storia che nel presente ci parla con molti segni, che il dialogo tra i diversi é la legge del mondo di oggi, che questo é un tempo di grazia straordinario.

Avremmo bisogno che oggi le sue parole non costituissero solo un bagaglio con il quale camminiamo, ma ci aiutassero a capire questo nostro tempo e ad agire. Allora, certamente, sentivamo che gli orizzonti erano più larghi dei confini che conoscevamo, che non ci poteva essere nessun proprietario della verità, che il pensiero era chiamato ad esplorare terre nuove.

Oggi ci sono studiosi che cercano di leggere il mondo, forse c’é qualche raro politico, qua e là, che lo osserva, ma sento che manca un pensiero, manca l’essenzialità degli obiettivi e delle scelte, manca una strategia. Oggi in cui viviamo la grande frammentazione, ci é particolarmente utile quell’idea di unità, quella visione dell’uomo planetario che Balducci ci ha insegnato allora spostando in avanti i confini delle nostre acquisizioni e dei nostri pensieri.

Pensare l’uomo planetario non è la stessa cosa che pensare il mondo globale. E’ molto più facile raccontare il mondo globale, é molto più complicato pensare l’uomo planetario. E’ più complicato oggi pensare l’uomo, la persona, l’umanesimo rispetto al predominio della tecnica. A proposito dei confini, capiremo allora, come ci ha detto Padre Balducci, che fede e storia sono più veri di religione e politica, eppure siamo finiti in questi anni nella pratica disinvolta della religione e della politica.

Porto con me, nell’unità della mia vita, lo sguardo sul presente con l’eredità che Padre Balducci ci ha lasciato, con il patrimonio che ci ha consegnato.

Penso alla questione educativa oggi: chi educa l’uomo planetario? Non bastano le lavagne luminose, i computer, la tecnica, anche se sono necessari, per fare un cittadino. Ci sono domande molto grandi e serie intorno al discorso dell’uomo planetario: come formare quest’uomo a vivere nel mondo di oggi, a vivere la convivenza pacifica sulla terra? come pensare l’educazione planetaria nelle nostre scuole, con i ragazzi che vengono da ogni parte del mondo, dove alle tecnologie si accompagnano i valori universali, il pensiero, le relazioni, l’etica delle responsabilità? che cosa significa per l’uomo planetario vivere la democrazia, qui e nel mondo? Guardo con sgomento alla vicenda educativa italiana di questi anni, che esalta la frammentazione dei saperi e la divisione delle competenze, nella quale migliaia di docenti sono stati impegnati a pensare e a fare cose fuori dalla prospettiva dell’uomo planetario e del mondo che si stava preparando. La scuola si é concentrata non su cose essenziali ma su cose marginali, non ha affrontato le sfide vere del nostro tempo.

Mi pongo domande cruciali sulle responsabilità della politica, e penso a Ernesto Balducci che indicava l’unità del destino umano. Il mondo, diceva, é uno, Dio è uno, non molti, ciascuno é un frammento destinato a comporre una identità nuova.

Oggi si esaltano i frammenti chiusi in se stessi, mentre il mondo globale é un villaggio. E perché la politica lo divide? Balducci ha parlato anche delle donne, ad esempio nelle pagine su Maria nel Vangelo, e diceva: “io sono solo un uomo, la diversità delle donne capite che é più grande di me”. La relazione tra le diversità dentro l’umanità.

Balducci ha colto tutto il valore della grande storia di Assisi che nel 1986 ha aperto il cammino del dialogo tra le religioni.

Che cosa teniamo stretto tra le mani, oggi, per capire dove siamo e che cosa fare? Quale bussola ci orienta? E’ l’eredita di Balducci: la visione dell’unità, la forza della coscienza, il principio che costituisce l’umanesimo e la condizione umana, per affrontare la drammatica condizione della politica e della democrazia di fronte al mondo. Che é uno.

La politica é per definizione il luogo della polis e della ricerca della sua unità, ma quando la politica non é più sede dei processi di unità ma é sede e veicolo dei processi di frammentazione, perfino nella legge elettorale, che cosa potrà accaderci?

La distanza dei cittadini dalla politica é drammatica anche per questa ragione, perché segnala la perdita di un principio, dell’esclusione del pensiero e della relazione nella condizione umana, é la perdita del senso dei legami di convivenza, dell’unità di tutti.

La visione dell’umanità come unità si gioca sul piano della democrazia, ed é la lingua dei diritti umani universali, della pace, della libertà dalla paura. In questi anni abbiamo seguito da vicino la Birmania, dove una donna da sola, Aung San Suu Kyi, ha tenuto fermo il punto della liberazione dalla paura per il suo popolo. Se lavoriamo intorno all’idea dell’uomo planetario non siamo soli, incontriamo gli altri nella loro storia, nelle loro diversità, nella loro cultura. Per guadagnare per noi stessi l’eredità e la forza del pensiero di Padre Balducci che ci aiuta a capire l’oggi, abbiamo bisogno di osare molto di più. Come lui faceva. Se non diciamo più nulla nella società, nella politica sui grandi valori dell’uomo e della spiritualità, se neppure la Chiesa gioca se stessa sul grandissimo valore di cui é testimone, la risurrezione di Gesù, la più grande forza di liberazione, mi guardo attorno e penso alla grande responsabilità che abbiamo e che abbiamo avuto tutti.

Vediamo, dunque, di aiutarci a stare sulla strada che ha aperto Padre Ernesto Balducci per il tempo prezioso che ancora ci resta.

Albertina Soliani