E’ stata una serata di intensa partecipazione, anche emotiva, da parte dei numerosi presenti, nonostante il gelo, quella dedicata, nell’ambito del progetto “Il Concilio a Parma tra memoria e profezia”, alla Costituzione sulla Riforma liturgica.

Don Guido Pasini, direttore dell’Ufficio liturgico, ci ha guidati con delicata pazienza e profonda sapienza al centro della Costituzione, ripercorrendo gli anni della ricerca in Italia e sua personale per una liturgia viva secondo lo spirito del Concilio, con un linguaggio di facile comprensione ma che sottintendeva la conoscenza del celebrare, “perché, che cosa, come”, celebrare cioè a partire dall’esperienza religiosa , presente nella vita di ogni uomo e ogni donna ma con una dinamica che la rende molto diversa dalle altre esperienze di vita.

 

Sacrosanctum Concilium prima Costituzione del Concilio Vaticano II

Certo la Costituzione sulla liturgia è il primo dono del Vaticano II, come afferma Paolo VI nell’atto di presentazione “ La liturgia prima fonte della vita divina a noi comunicata, prima scuola della nostra vita spirituale, primo dono che noi possiamo fare al popolo cristiano”. La SC raccoglie lo sguardo del prologo della Gaudium et Spes , “Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini di oggi, dei poveri soprattutto…” anche se la precede nel tempo, perchè il movimento liturgico aveva già riscoperto la relazione tra la storia della salvezza-mistero pasquale – e la celebrazione di questa salvezza nella liturgia, principalmente nella celebrazione eucaristica (cioè la nostra vita di oggi).

Per questo un teologo afferma che “Con la celebrazione la comunità cristiana apre le porte a un mondo possibile e a nuovi possibili rapporti tra le persone, apre le porte all’amore che , nella distanza, crea “cose nuove”. Da una lettura unitaria di SC emerge che la categoria della “celebrazione autentica”, cioè di una celebrazione pastoralmente proficua, è l’elemento che la riassume. Come dice Salvatore Marsili “il Vaticano II sfocia in una teologia della liturgia, non partendo da una ricerca “a priori” ma guidato da una rilettura e da un ripensamento della liturgia in chiave pastorale , tanto che si sarebbe più nel vero se si parlasse, a proposito del Concilio di una sua “teologia della celebrazione liturgica. “ L’impianto globale e unitario della Costituzione porta ad affermare che la liturgia è azione della Chiesa, in cui si rende presente Cristo e questa azione assume la fisionomia dell’azione rituale , quale è descritta anche dalle scienze antropologiche.

La liturgia come azione rituale e “atto celebrativo”

Così ad esempio la celebrazione dell’eucarestia diventa nella Costituzione una unità di parti con diversi elementi che coinvolgono gesti, parole, tempo festivo, spazio, come azione della Chiesa che esige partecipazione piena attiva e comunitaria ai riti celebrati. In sostanza, ribadisce don Guido, citando SC 48, la liturgia è azione rituale, atto celebrativo e attraverso i riti e le preghiere i fedeli comprendono il mistero di fede, partecipando all’azione liturgica consapevolmente, piamente, attivamente . Da cui risulta che il primo luogo di formazione alla fede cristiana è l’assemblea domenicale, dove facendo e compiendo l’azione liturgica comprendiamo la realtà di salvezza che il sacramento esprime e dona.

E’ dalla prassi celebrativa che si coglie il mistero celebrato, chi è Dio, chi è la creatura, e l’atto liturgico è fede in atto perché è azione. Nella liturgia, ci richiama don Guido, dall’inizio alla fine, tutto è azione, un’azione singolare perché è “istituita” cioè non è un prodotto dell’uomo, ma piuttosto è azione ricevuta (1 Cor.11,23)

Nell’atto liturgico Dio è il soggetto principale, il nostro fare è un lasciarci fare, eppure non siamo “oggetti” ma soggetti che agiscono lasciando a Dio che agisca, agiamo affidandoci.

Catechesi e liturgia

Nella visione della SC la catechesi non consiste allora nell’apprendere delle nozioni di cui si troverebbero successivamente applicazioni nell’azione liturgica perché il processo non è di natura intellettuale ma è molto più profondamente corporeo. Se la teologia opera sui significati, la liturgia da parte sua gioca sui significanti (acqua, pane, vino, olio, luce, suono, profumi) per cui Louis Marie Chauvet ha scolpito l’espressione “non dite ciò che fate, fate ciò che dite ecco la legge di base della liturgia”. E ancora SC 14 richiama “E’ adente desiderio della Chiesa che tutti i fedeli vengano formati a quella piena, consapevole, attiva partecipazione alle celebrazioni liturgiche”. Nella consapevolezza, che si viene formati nell’atto liturgico. mentre compio l’azione, il gesto perché richiamando Von Balthasar “il contenuto non giace dietro la forma ma in essa”. Per questo possiamo parlare di risorsa educativa della liturgia, essendo una forma di vita.

Le prospettive avviate da SC hanno trovato corrispondenza in una grande sforzo formativo il cui primo obiettivo era costituito dalla tematica della partecipazione attiva. Si trattava di favorire nei fedeli la conoscenza e l’apprezzamento della liturgia riformata alla luce del Concilio.

Un cammino da compiere

Le prospettive avviate da Sc hanno trovato corrispondenza anzitutto in un grande sforzo formativo il cui primo obiettivo era costituito dalla tematica della partecipazione attiva, con una fondazione teologica sempre più chiara ancorata ai sacramenti della iniziazione cristiana e all’ecclesiologia. E’ questa una sfida raccolta a livello di riflessione teorica, mentre è macroscopicamente disattesa la progettazione ministeriale e pastorale. Si tratta di associare il popolo di Dio all’azione liturgica e sacerdotale, avere l’arte di curare i particolari, in ogni loro esigenza, di orario, ordine, gesti, movimenti, silenzi, voci e soprattutto, la parte forse più difficile, dei canti, per dare alla assemblea la sua voce grave, unanime, dolce e sublime. Per questo l’appello che Turoldo rivolge ai monaci, a riscoprire la bellezza della liturgia, a rendere onore al primato della bellezza perchè la chiesa abbia fiducia, continui a credere liberandosi da ogni paura. “Ritornino i monasteri a essere gli spazi della creatività e della fantasia, come oasi dove Dio continua a creare le cose più necessarie: la poesia, la musica, il canto.” Comporre nuovi prefazi che traducono il mistero di Dio all’uomo di oggi e lo convincano a cantare musiche che non si scordano più. Occorre che ogni popolo componga la sua preghiera e si cantino inni nuovi che riassumono la nostra fede e i dubbi, la miseria e la grandezza dei nostri tempi.

Le sollecitazioni di don Guido danno vita ad una ampio dibattito, che dovrà giocoforza essere ripreso in spazi e tempi più ampi, come negli incontri indetti dall’Ufficio Liturgico sulla Celebrazione in alcune parrocchie cittadine.

Graziano Vallisneri
grazianovallisneri@tin.it