E’ una delle poche voci profetiche, ma più ascoltate, della Chiesa, che in questi anni non ha mancato di denunciare l’imbarbarimento e la crisi verso la quale andava la nostra società, dapprima a piccoli, poi a grandi passi. Parole che Enzo Bianchi ha reso più forti ora che è sopraggiunta la crisi economica, prima sottovalutata, poi tenuta nascosta e negata, infine esplosa in tutta la sua pesantezza e che si è scoperta essere anche crisi etica, culturale.

E’ ormai l’ ora, ammonisce, in cui dobbiamo prendere coscienza che non è più possibile proseguire sulla strada finora percorsa, con il mito del tutto e subito, pensando solo all’oggi e a noi stessi come individui, incapaci di lasciare alle nuove generazioni un mondo migliore di quello che abbiamo conosciuto. Così di fronte a questa emergenza, che ci lascia attoniti a contemplare, come bollettini di guerra, l’andamento dello spread, dobbiamo decidere se fare supina obbedienza a una intoccabile “legge del mercato” “quasi fosse la declinazione commerciale di una legge naturale” , oppure esercitare sapienza e intelligenza nel formulare le leggi che il mercato lo regolano e lo mettono al servizio non di un singolo, di una classe sociale o di un’area geografica ma del benessere dell’umanità intera e delle future generazioni. Così dobbiamo interrogarci sulla equità delle misure per governare l’economia, cioè la giustizia intesa non solo come giudizio relativo al rispetto della legge, ma affermazione concreta dei valori e dei principi alla base della umanizzazione della nostra vita. Dobbiamo ad esempio fermarci a riflettere se per l’efficienza, il risparmio, la produttività, sia giusto annullare il significato della domenica, come giorno per l’uomo e per il Signore, o togliere il tempo degli anni, con l’allungamento dell’età pensionabile soprattutto per le donne, a nuovi progetti di realizzazione o di solidarietà per gli altri, diminuendo le prospettive di lavoro per i giovani.

 

A tutti ma in particolare ai cristiani la crisi richiede un cambiamento di mentalità, una conversione di vita, l’assunzione di parole chiave che Enzo Bianchi ritrova nel Vangelo e nella nostra Costituzione. Sono in primo luogo quella della convivenza civile, che vuol dire consapevolezza di appartenere ad una comunità, di sapersi membra di un determinato corpo ecclesiale e sociale.Negli ultimi tempi si è smarrito il senso di appartenenza, per cui il Comune non è più “comune” a nessuno, lo Stato non siamo noi, l’Europa è un mostro estraneo, l’umanità è una realtà vaga cui non appartengo, con una regressione verso la tribù, il clan, il legame di sangue. Il nostro stare insieme è quindi conseguenza di un dato biologico o di un condizionamento sociale e non di libera scelta di persone libere che condividono fatiche e speranze, ideali e difficoltà, cultura e visioni del mondo, senso della giustizia e dell’equità.

E’ una tentazione presente anche fra i cristiani: ritenere che il corpo ecclesiale sia formato solo da chi ha gusti spirituali e orientamenti teologici simili ai nostri, non ci contraddice mai e non ci disturba con i suoi bisogni e ci porta ad escludere dal nostro orizzonte nuovi compagni di cammino per non spartire con loro i nostri beni.

La seconda parola connessa, presupposto di una convivenza civile, è quella dell’uguaglianza, che non è dare a tutti le stesse cose ma riconoscere a ciascuno la medesima dignità di essere umano e fare in modo che possa accedere alle risorse necessarie per una vita degna di tal nome: solo se saremo capaci di dare a ciascuno secondo il suo bisogno di umanità, la nostra convivenza sarà degna del nome di civile.

Si tratta essenzialmente di dare piena attuazione agli articoli 3 e seguenti della parte prima della nostra Costituzione, dove il diritto-dovere al lavoro è garantito a tutti, dove si afferma il diritto ad una salvaguardia del diritto ad una retribuzione “ in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e agli altri una esistenza libera e dignitosa”. Si tratta di superare le disuguaglianze sociali, che specie in questo tempo di crisi sono tremendamente aumentate. E con un excursus storico nella vita della Chiesa, dalla prima comunità apostolica dove mettevano tutti i beni in comune, all’”uguaglianza proporzionale” del Medioevo che riconosceva a ciascuno solo ciò che gli era dovuto secondo il suo rango, occorre giungere al monachesimo che solo mantenne viva l’esigenza dell’uguaglianza tra barbari e latini, tra nobili e plebei, tra ricchi e poveri; del resto in analogia a quanto prescrive la nostra Costituzione che “ogni cittadino ha il dovere di svolgere , secondo le proprie possibilità e la propria scelta una attività che concorra al progresso materiale o spirituale della società.”

Ma il primo antidoto alla disuguaglianza è costituito dalla possibilità di donare puntualmente ed equalmente qualcosa della propria ricchezza perché possa crescere il bene comune attraverso servizi, infrastrutture, strumenti educativi, opportunità sanitarie.

E ci soccorre l’invito dell’apostolo Paolo ai Romani “Rendete a ciascuno ciò che gli è dovuto, a chi il tributo, il tributo; a chi le tasse, le tasse; a chi il timore, il timore, a chi il rispetto, il rispetto”, accompagnando questo concetto di rendere il dovuto a chi gli spetta con il discernimento degli ambiti in cui si esercita e con la consapevolezza di appartenenza ad una comunità. E’ per questo che si deve parlare di etica delle tasse , nell’osservanza di un dovere affermato dalla Costituzione e ripreso anche nella ultima prolusione del Cardinal Bagnasco come peccato se è violato, come vent’anni fa un prezioso documento della CEI – “Educare alla legalità”, troppo velocemente dimenticato, ribadiva : “nel costruire una società sempre più autenticamente umana e più vicina al regno di Dio… i cristiani siano esemplari proprio come ‘cittadini’, sempre ricordando il monito del Concilio: “sacro sia per tutti includere tra i doveri principali dell’uomo moderno, e osservare, gli obblighi sociali”. Anche pagando le tasse.

Oggi, annota Bianchi, sembra di poter intravvedere segni di speranza nei nuovi governanti che si pongono al servizio della “polis”, della società, con lo stile di chi consapevole della sua responsabilità cerca di parlare con “parresia ”, con franchezza e sincerità, perseguendo il bene comune. E al loro impegno deve corrispondere la nostra capacità di affrontare i sacrifici, che possono essere un segnale di amore se sostenuti da un ideale altro e alto, dalla speranza di contribuire a un mondo migliore di quello che abbiamo conosciuto, dalla preoccupazione per il benessere di chi verrà dopo di noi, dalla solidarietà con chi, vicino o lontano non può accedere a beni essenziali che noi non ci rendiamo nemmeno più conto di possedere. Perché il risultato del sacrificio non è il poterne fare finalmente a meno, bensì l’affermare con la propria vita quotidiana che un altro mondo è possibile, che l’uomo non è nemico dell’uomo e che vi sono principi di equità, di giustizia, di pace, di solidarietà che vale la pena vivere a qualunque prezzo: in fondo, il valore di ogni nostro desiderio è il prezzo che siamo disposti a pagare per raggiungerlo.

Graziano Vallisneri