A Lodi dal 19 al 22 maggio ci sarà il Festival della Fotografia Etica.
Primo pensiero: bello, potrei anche andarci. Sfoglio il programma, mi soffermo sulle immagini. Mi perdo nel dettaglio di una vena, troppo visibile su quel braccio eccessivamente magro. Continuo a sfogliare. Tracce di visioni che si attaccano agli occhi e che chiamano uno sguardo diverso, vicino – uno sguardo che si impone come presenza. Secondo pensiero: credo proprio che ci andrò.
Alla fine, solo alla fine, lascio le immagini e leggo l’editoriale. Poche righe, giusto le parole per anticipare la complessità di un evento importante – necessario, forse –, parole che mi fanno pensare che ogni tanto, tra sostanza e modi, c’è chi ci mette della coerenza.
Sostanza: fotografia etica. E qui non ci sono ambiguità o insinuazioni che tengano, le mostre in programma sviscerano temi che hanno un indubbio valore sociale, affrontano questioni che si incarnano in una quotidianità (vicina o lontana) che non possiamo fingere che non esista. Cecità, disturbi alimentari, dolore personale di una guerra, fame e isolamento. Immagini di storie da conoscere.
Modi: approcci e percorsi narrativi. L’approccio, come leggo nell’editoriale, è di un’onestà disarmante: non si pretende di “stabilire una misura dell’etica”, semplicemente si vuole fare un tentativo di approfondimento – andare vicino alle cose, osservarle e iniziare a pensare. Punto. E magari a pensarsi, aggiungo io, farsi venire dei dubbi, lasciarsi smuovere attraverso gli occhi. Mi piace, questa direzione: nessun giudizio di valore o pretenziose classifiche di una eticità esibita. Suggestioni e parole, e poi sarà mia la responsabilità di dar loro un significato, un senso. Un seguito.
Ultimo nodo, i percorsi narrativi. È una frase che leggo in questa prima pagina del programma a farmi riflettere: ci si chiede il perché di un festival, se davvero ce n’è ancora bisogno in quest’epoca di visioni digitali e a distanza. E ci si risponde che sì, un festival – questo festival – ancora ha un senso forte. Ed è vero, dal momento che diventa “luogo d’incontro e confronto, unico e immediato”. Si cammina, nel senso letterale del termine, in questo intreccio di immagini che si snoda nel centro di una piccola città. Si incontrano persone, chi guarda e chi ha fotografato, si cercano insieme le parole più adatte per raccontare e nella lentezza obbligata del percorso (mentale e fisico) si mastica ciò che si è visto e ascoltato, che probabilmente non avrebbe la stessa intensità se non assumesse le forme di una narrazione condivisa. Irripetibile.
Etica la materia prima, dunque, ed etici i modi. Coerenza, per una volta. Terzo (e ultimo) pensiero: confermo, ci andrò.

Valeria Zangrandi
http://festivaldellafotografiaetica.it/