E’ fresco di stampa il libro di Saverio Xeres e Giorgio Campanini “Manca il respiro”.
Si tratta di 145 pagine sulla Chiesa Cattolica italiana di autentica testimonianza e verità, non fosse altro perché scritto da un sacerdote che si è già cimentato sull’argomento e da un laico credente da lunghi anni impegnato a diversi livelli della Chiesa ufficiale. Tutti e due animati di un autentico amore per la Chiesa.
Probabilmente con questa loro autenticità danno più credibilità ad un esame “spietato” ma obiettivo della situazione della Chiesa cattolica italiana, perché poggia su di un’analisi credibile dei fatti esposti.

Il postconcilio è esaminato da Xeres con attenzione alle trasformazioni del mondo nelle quali la Chiesa italiana  si è collocata creando con esse delle rispettive interdipendenze, fino a determinare e subire da parte della stessa Chiesa un cambio di mentalità non organica al Vangelo e al suo messaggio di liberazione.
I titoli dei capitoli del libro non lasciano spazio a dubbi. Attraverso i convegni decennali si è creata una pastorale di “carte e parole” con  la sua burocratizzazione nella quale si avverte la mancanza di “presa” sulla realtà e la distorsione di elementi importanti dell’idea di Chiesa emersa dal Concilio Vaticano II. Questi sono gli esiti della attuale stagnazione della Chiesa italiana nelle sabbie mobili del postmoderno. La causa principale viene individuata nell’insufficiente coinvolgimento del laicato cristiano nella realtà ecclesiale secondo una corretta visione ecclesiologica del Concilio.

Nella sua esposizione Giorgio Campanini parte con l’esaminare il percorso dei laici nella Chiesa del postconcilio per indicare nuovi cammini di formazione da percorrere attraverso un lucido e consapevole impegno dei laici cristiani adeguatamente preparati. Così vengono prese in esame le attuali strutture della Chiesa. La parrocchia da ripensare, il ritornare ai “mezzi poveri”
abbandonando forme di commistione col denaro e col potere. L’assunzione di un ruolo del laicato cristiano attraverso una sua più incisiva corresponsabilità nei consessi di Chiesa locale e nazionale per un nuovo rapporto fra gerarchia  e laicato. Ma non si ferma e prende in esame, oltre alla parrocchia già citata, ma anche le attuali strutture, quei Consigli pastorali parrocchiali e diocesano che sembrano essere ancora l’istituto principale per l’esercizio del laicato nella Chiesa, per il quale è necessario interrogarsi sul loro mancato decollo.
Ma la indicazione forte di Giorgio Campanini è nella richiesta della costituzione di un “Consiglio dei laici” per la Chiesa italiana. Il decreto “Apostolicam actuositatem” la prevedeva, ma il protagonismo politico della gerarchia ne ha impedito la realizzazione creando un vuoto teologico prima che sociologico.
Oppure si è autorizzati a pensare che  si possa  dire che la mancanza di un autorevole interlocutore laico “costringe” la gerarchia ad esporsi in prima persona soprattutto sulla scena politica. Molti voci autorevoli nella Chiesa italiana sono intervenuti in argomenti trattati da Xeres e Campanini, ma nessuno ha avuto la stessa organicità soprattutto con uno sforzo di autenticità che ne fa una salutare provocazione alla gerarchia cattolica.

Ecco una materia di riflessione per tutti, soprattutto per la gerarchia e per il nostro Vescovo che ha intrapreso l’iniziativa di riordino della Parrocchia e guarda caso anche in quel progetto ai laici è stato lasciato lo sgabello ai piedi della cattedra.
Il libro insiste sul concetto che solo un maggior protagonismo dei laici cristiani può dare prospettiva di sviluppo della Chiesa e il suo rinnovamento. Certo c’è da fare i conti con due grossi problemi:
l’autorefenzialità dei presbiteri che interpretano , anche a volte inconsapevolmente, lo spirito monarchico della gerarchia nella realtà quotidiana e un laicato storicamente afono per cultura religiosa e nella parte più vivace tenuto ai margini dalla comunità.
Un libro così chiama in causa tutta la Chiesa non solo locale e diocesana, ma anche nazionale ed è una sana provocazione per tutti i credenti. C’è da augurasi che ci sia un riscontro.

Claudio Michelotti