Se si volesse riassumere in una sola parola l’atteggiamento tenuto in questi anni dai governi italiani verso il fenomeno dell’immigrazione il termine migliore è “rimozione”. Lasciando da parte i risvolti psicoanalitici (interessanti ma troppo complessi per essere affrontati in questa sede) se ne possono analizzare altri due aspetti. Quello politico: di fronte ad un processo epocale, complesso, di lunga durata come la migrazione di milioni di esseri umani la risposta è stata quella di negarne la portata e le conseguenze, riducendolo ad un problema di ordine pubblico o, peggio, di delinquenza (anche l’emigrazione verso e dentro gli Stati Uniti nel corso dell’800 ha avuto componenti di violenza e di criminalità ben maggiori di quelle odierne – l’espressione “legge del far west” avrà pure una sua ragione storica – ma nessuno si è mai sognato di ridurre quella grandiosa epopea ad una successione di sparatorie e di omicidi). E – di conseguenza – quello pratico: si è pensato di risolvere il “problema” degli immigrati semplicemente spostandoli, nei paesi di origine se possibile, o in alternativa in altri stati europei. Peccato che questo sistema funzioni solo se “gli altri” sono a loro volta disposti ad accoglierli, altrimenti sono guai, come si è potuto amaramente constatare nei giorni scorsi.
Ora, è giusto lamentarsi dell’egoismo degli altri Paesi della Comunità e dell’assenza di una politica “europea” su questa fondamentale materia, ma senza dimenticare che l’”esempio” lo abbiamo dato proprio noi rifiutandoci pervicacemente di affrontare con serietà, razionalità e lungimiranza una questione decisiva per il nostro presente e, ancora di più per il nostro futuro.
Capita poi qualche volta che la storia applichi inesorabilmente quel “contrappasso” caro a Dante: noi consideriamo pericolosi i nordafricani e vogliamo rimandarli indietro? Ebbene, alle recenti elezioni cantonali i ticinesi – che parlano italiano e vivono appena a nord della Lombardia – hanno premiato la versione locale della Lega, il cui programma prevede di “rimandare indietro” i frontalieri, che non sono arabi o neri, ma italiani di Como e di Varese (terre leghiste per eccellenza…).
Anche a Parma abbiamo corso il rischio – non del tutto tramontato, in verità – di “rimuovere” (culturalmente e fisicamente) un tema serio, importante e sentito da migliaia di persone come quello della Moschea, rimossa dall’Oltretorrente perché “dava fastidio” e collocata nel quartiere artigianale, da dove però qualche artigiano vorrebbe spostarla di nuovo perché “incompatibile” con la sua attività. Fortunatamente le forze politiche e culturali più responsabili e lungimiranti hanno (per ora) scongiurato il trasloco della Moschea, ma anche questa vicenda dimostra come sia ormai necessario un “salto culturale” per affrontare nel modo corretto una delle grandi sfide del XXI secolo. Perché – ce lo ricorda Ivano Fossati – “se c’è una strada sotto il mare prima o poi ci troverà / se non c’è strada dentro al cuore degli altri prima o poi si traccerà”.

Riccardo Campanini