Una corretta gestione dei materiali post consumo (fino ad oggi impropriamente definiti rifiuti) deve seguire pedissequamente, e senza derive, le norme dettate dall’Europa.
Con la revisione delle regole comunitarie, la nuova direttiva 98/2008, recepita dal nostro Paese lo scorso dicembre, finalmente ha aggiornato il quadro generale di approccio al tema, introducendo importanti novità, specie dal punto di vista gestionale.
Tra le innovazioni introdotte ricordiamo la responsabilità estesa del produttore, che ora si deve occupare di tutto il ciclo vita dei prodotti messi in commercio e ne è appunto responsabile, la corretta impostazione delle priorità di gestione dei materiali, mettendo in evidenza la questione fondamentale della riduzione (prevenzione).
In questo senso una corretta impostazione della necessità impiantistica di un qualsiasi territorio dovrebbe, o meglio “deve” passare attraverso alcuni step che non è possibile “saltare” o “invertire”.
Seguendo quindi con puntualità la normativa, anche nella considerazione dei “numeri” va seguito con precisione la scala di importanza indicata, la gerarchia definita, quindi prevenzione, preparazione per il riutilizzo, riciclaggio, recupero di altro tipo per esempio di energia (non è specificato il tipo di recupero energetico da impiegare).
Vanno di conseguenza messe in campo tutte le pratiche che portano a sviluppare senza sconti questa scala di valori, e solo alla fine di questo percorso, individuati i quantitativi da smaltire, dedicarsi alla scelta degli impianti.
Va da sé che il piano provinciale gestione rifiuti di Parma, appesantito dalla sua ormai vecchia datazione (2002-2005), è oggi inadatto e incapace di affrontare la tematica degli scarti in ottemperanza alla normativa europea più recente ed andrebbe al più presto messo in revisione, tra l’altro una evenienza prevista dalla stessa legislazione che mette i piani revisionabili dopo 5 anni.
Il PPGR parmense infatti aveva impostato “al contrario” la costruzione dello schema di approccio, come si dice partendo dal tetto e non dalle fondamenta.
Si è definito un impianto termico di trattamento degli scarti considerando lo stato di fatto e delle stime previsionali che non tenevano conto dello sviluppo della raccolta differenziata domiciliare, uno degli step indispensabili per favorire la prevenzione dei rifiuti.
L’attenzione quindi si è spostata al fondo della scala valoriale, discutendo della taratura del forno e non sulle migliori tecniche per ridurre la quantità di scarti.
Il risultato lo abbiamo davanti ai nostri occhi in quel di Ugozzolo.
Se il piano provinciale aveva stimato una necessità di trattamento di 65 mila tonnellate/anno di rifiuti solidi urbano residui, l’impianto è stato poi autorizzato con una portata doppia, adducendo come motivazione una non meglio precisata sensibilità da crocerossina nei confronti dei rifiuti speciali, esclusi dalla gestione pubblica fin dal Decreto Ronchi del 1997.
Le crepe evidenti di questo modo di procedere sono molteplici.
Oggi nessuno è capace di individuare il firmatario del raddoppio del forno, chi ha autorizzato cosa.
Già dal punto zero del Pai lo stesso Osservatorio Provinciale scrive nero su bianco il sovradimensionamento dell’inceneritore Iren, andando addirittura ad ipotizzare un input all’impianto derivante dalle vecchie discariche dismesse e bisognose di bonifica.
Il rischio emissivo di una operazione di questo genere è evidente, considerando che stiamo parlando di rifiuti indifferenziati riferiti a tempi in cui nel bidone finiva di tutto, pile, medicinali, ed altri materiali eterogenei e pericolosi.
Il prode gesto di Iren che si accolla i rifiuti speciali del nostro territorio è facile da irridere.
La produzione di rifiuti speciali nella provincia di Parma si attesta a 600 mila tonnellate all’anno per cui gestirne un decimo non ha alcun effetto evidente.
Nella quota di speciali sono inclusi materiali come i fanghi da depurazione, che possono trovare facilmente altri sbocchi di trattamento come la biodigestione, l’ossidazione a umido, l’utilizzo in agricoltura per recuperarne i preziosi fosfati. In questo senso la normativa europea in via di aggiornamento conferma la valenza positiva dei fanghi, per sostenere la ricchezza dei terreni e sollecita il “miglioramento” qualitativo di questi prodotti, per scongiurare un insensato spargimento di metalli pesanti nei nostri terreni.
Ma il fango viene bruciato, l’assurdità di bruciare acqua salta all’occhio, perché il gestore raccoglierà gli incentivi statali che promuovono l’incenerimento di materiale organico ed ha già previsto un introito annuo di 7,5 milioni di euro. Del resto proprio dagli incentivi Iren ricaverà il 75% dei guadagni dell’inceneritore, trasformando una ipotetica azione per la gestione dei rifiuti in una evidente operazione di business d’impresa.
Gli stessi flussi di rifiuti speciali provenienti dal comparto artigianale e industriale sono in larga parte costituiti da plastiche e residui organici che potrebbero essere altrimenti recuperati per mantenere il loro valore energetico intrinseco.
Le plastiche che Iren intende bruciare nell’impianto sono l’83% della raccolta differenziata delle stesse, una specie di schiaffo all’impegno dei cittadini che vedono i materiali che hanno con impegno separato finire nel calderone, e nonostante il PPGR imponesse un tasso di riciclo del 59,7% (viene da chiedersi chi decide le politiche di gestione, l’ente pubblico o il gestore?).
Invece che incenerirle, emettendo diossina, queste plastiche, estruse, potrebbe riprendere il loro posto come prodotti, panchine, pali, mattonelle, mattoni.
L’inceneritore è un impianto molto rigido che richiede materia costante nella quantità e nella qualità per circa 20 anni. Impensabile quindi che una raccolta differenziata domiciliare conviva con questo sistema, visto che uno affama l’altro.
Osservando il nostro territorio complessivamente ci sono alcune azioni che andrebbero come detto messe in opera per calcolare in modo corretto le necessità di trattamento.
Una raccolta domiciliare spinta applicata a tutti gli utenti, l’eliminazione dei cassonetti stradali, la tariffazione puntuale, la separazione netta dei flussi di rifiuti urbani e rifiuti aziendali, la gestione separata tra chi tratta la differenziata e chi tratta l’indifferenziato, l’incremento delle frazioni differenziate (tessuti, calzature, pannolini), la realizzazione di linee di estrusione a valle del riciclo del multimateriale per recuperare il 100% di tutte le plastiche e non solo di quelle Corepla, la costruzione di impianti di compostaggio di area (2 in pianura, 2 in montagna), l’incremento della fontane pubbliche in città, alleno ai 4 punti cardinali, l’eliminazione delle bottiglie di plastica dalle mense pubbliche, dalle scuole, dai dispenser automatici, adottando acqua in caraffa, l’obbligo di Green Public Procurement in tutte le pubbliche amministrazioni, lo sviluppo del compostaggio domestico incentivato (chi lo fa non paga la quota variabile), l’ampliamento sistematico della raccolta differenziata spinta a tutto il comparto artigianale, commerciale, industriale, la gestione autonoma degli scarti in ogni plesso scolastico attribuendo agli studenti responsabilità e gestione operativa.
Come è evidente siamo lontani anni luce dalla realizzazione di tutti quegli strumenti che ci consentono prima di tutto una forte riduzione della produzione di scarti.
Oggi siamo a 600 kg pro capite annui, mentre il valore dovrebbe per lo meno dimezzarsi.
Lo scarto indifferenziato non dovrebbe poi superate con una corretta impostazione gli 80 kg pro capite che ci porta ad un risultato finale di 34 mila tonnellate, di materiali che sono ancora da ridurre ad esempio con il trattamento meccanico biologico, che ossidando i rifiuti, li riduce di una ulteriore percentuale che va dal 40% al 50%.
Ci chiediamo, retoricamente, se tutte queste azioni siano state messe in campo ed affinate, per poi procedere alla valutazione reale del residuo da trattare.
L’articolo 13 delle direttiva europea 98/2008 è chiaro: gestire i rifiuti “senza creare rischi per l’acqua, l’aria, il suolo, la flora o la fauna”.
Entro il 2011 una relazione sull’attuazione della normativa andrà inviata alla Comunità Europea.
Gestire ancora gli scarti con una modalità così arcaica come l’incenerimento preclude ogni spazio di manovra per poter migliorare le performance.
L’Olanda investe quest’anno 40 miliardi di euro per la riconversione della gestione degli scarti ad una pratica Cradle to Cradle, dalla culla alla culla, l’Iren olandese, www.vangansewinkel.nl/, spegnerà il prossimo anno gli ultimi tre inceneritori in funzione, per manifesta scarsità di materia.
I rifiuti sono cibo e il cibo non va gettato.
I rifiuti sono ricchezza e chi brucerebbe banconote?
Il 60% dei materiali post consumo è biodegradabile, il 90% è compostabile e riciclabile.
L’incenerimento immette in ambiente 9 volte in più composti tossici rispetto al riciclo.
Ed anche la comparazione energetica non teme confronti.
Gestendo una tonnellata di materiali post consumo abbiamo con l’incenerimento un risparmio di 1.193.000 kcal, che diventano 4.234.000 con il riciclaggio.
Ma a monte servono le scelte, quelle che indirizzano le gestione dei MPC da una parte o dall’altra, o smaltimento, o riciclaggio.
Due vie che non si toccano mai.

Aldo Caffagnini
Associazione Gestione Corretta Rifiuti e Risorse di Parma GCR
www.gestionecorrettarifiuti.it