Nella articolata discussione in corso in ambito ecclesiale, ho trovato due citazioni che meritano qualche riflessione. La prima di Pio XII, tolta dai suoi Discorsi ai medici pubblicati nel 1959, si riferisce alla eventuale insostenibilità, non solo economica dell’intervento:
“Se il tentativo della rianimazione costituisce per la famiglia un onere che, in coscienza, non si può ad essa imporre, questa può lecitamente insistere perché il medico interrompa i suoi tentativi…In questi casi, perciò una richiesta da parte della famiglia di sospendere il tentativo è più che legittima, e il medico vi può legittimamente acconsentire. In tal caso non c’è alcuna diretta disposizione della vita del paziente e neppure eutanasia”.
La seconda citazione è di Paolo VI, sempre rivolta ai medici cattolici riuniti a congresso nel 1970. Il suo dire è esattamente quello che i più tra i credenti oggi pensano anche alla luce della loro fede:
“Il carattere sacro della vita è ciò che impedisce al medico di uccidere e che lo obbliga nello stesso tempo a dedicarsi con tutte le risorse della sua arte a lottare contro la morte. Questo non significa tuttavia obbligarlo ad utilizzare tutte le tecniche di sopravvivenza che gli offre una scienza instancabilmente creatrice. In molti casi non sarebbe forse un’inutile tortura imporre la rianimazione vegetativa nella fase terminale di una malattia incurabile? In quel caso il dovere del medico è piuttosto impegnarsi ad alleviare le sofferenze anziché di voler prolungare il più a lungo possibile con qualsiasi mezzo e in qualsiasi condizione , una vita che non è più pienamente umana e che va naturalmente verso il suo epilogo”
Nello stesso senso recitano due articoli del recente Catechismo della Chiesa Cattolica; il primo, il 2278:
“L’interruzione di procedute mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi può essere legittimo con “la rinuncia all’accanimento terapeutico”.Non si vuole così provocare la morte: si accetta di non poterla impedire. Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e capacità, o, altrimenti, da coloro che ne hanno legalmente il diritto, rispettando sempre la ragionevole volontà o gli interessi legittimi del paziente.
E anche il successivo articolo 2279:
“Anche se la morte è considerata imminente, le cure che d’ordinario sono dovute ad una persona ammalata non possono essere legittimamente interrotte. L’uso di analgesici per alleviare le sofferenze del moribondo, anche con il rischio di abbreviare i suoi giorni, può essere moralmente conforme alla dignità umana, se la morte non è voluta né come fine né come mezzo, ma è soltanto prevista e tollerata come inevitabile.Le cure palliative costituiscono una forma privilegiata della carità disinteressata, A questo titolo devono essere incoraggiate.”
Infine è interessante confrontare la posizione assunta dalla Cei in merito alla legge in discussione al parlamento, con quella sostenuta dalla Chiesa cattolica tedesca in pieno accordo con le altre chiese cristiane. La legge tedesca parla di diritto alla vita e non della vita come dovere e come obbligo e riconosce a ognuno il diritto ad una morte dignitosa, con la possibilità anche di  rifiutare i trattamenti medici salva vita. Le Chiese tedesche, dopo lunghe riflessioni, sono giunte ad ammettere le possibilità di eutanasia passiva o indiretta e si sono limitate a chiedere ai fedeli di avvalersene, attraverso una propria Dichiarazione, solo quando si trovino nello stadio terminale della malattia e anche in uno stato vegetativo che perdurasse per un lungo periodo o quando subentrasse una malattia intercorrente acuta.
Viene da chiedersi il perché di una differenza  sul piano dei principi e delle valutazioni teologiche, legislative e tecnico sanitarie, tra la Chiesa italiana e la Chiesa tedesca considerando d’altra parte che, a mio avviso, in una materia così delicata deve prevalere sempre la libertà di coscienza e di autodeterminazione della persona, riaffermata dal Concilio e garantita dalla Costituzione.

Graziano Vallisneri