Un “luogo comune” a lungo ricorrente, e ancora oggi assai diffuso, è stato quello relativo alla sostanziale estraneità (se non ad una viscerale opposizione) dei “cattolici” al processo unitario nazionale.

Tesi, questa, viziata da un astratta, ed inesatta, pregiudiziale, quella cioè relativa all’identificazione di fato operata tra cattolici e Papato (o gerarchia ecclesiastica). Se è fuori discussione l’avversione di Pio IX deL suo entourage, dell’apparato ecclesiastico in generale al modo al quale si realizzò in Italia l’Unità, non altrettanto può dirsi dei cattolici italiani nel loro complesso: fra essi non mancarono prestigiosi intellettuali, uomini e donne di ogni ceto sociale, ma anche preti e Vescovi che fortemente vollero l’unità, parteciparono ai processi che la realizzarono, dettero la loro stessa vita per la causa nazionale.
In questa prospettiva l’attenzione, necessariamente, si sposta dall’ambito – ricorrentemente e spesso duramente conflittuale – dei rapporti tra Stato (pre-unitario e poi unitario) e Chiesa, e d ai rapporti tra nazione e società: è in questa ottica, metodologicamente la più corretta, che le problematiche cui si faceva prima riferimento assumono una connotazione profondamente diversa.  E’ soprattutto su questo aspetto del Risorgimento che ci si soffermerà in questa essenziale riflessione.
(…)
Se si dà per acquisito il rifiuto dell’identificazione tra cattolicesimo e gerarchie ecclesiastiche, e specificamente Papato) appare con tutta evidenza il contributo dato al processo unitario dei cattolici italiani. Particolarmente rilevante l’apporto degli intellettuali e degli uomini di cultura, da Manzoni a Pellico, da Rosmini a Gioberti. Sebbene essi non abbiano approvato alcuni aspetti del processo unitario, determinante è stato il loro apporto alla presa di coscienza nazionale, senza che vi fosse in loro alcuna incertezza sulla compatibilità tra la loro appartenenza alla Chiesa e le loro convinzioni politiche. Ma non mancarono anche i preti patriottici e conciliatoristi, né i vescovi che – anche dopo le scomuniche di Pio IX – seguirono la prassi di un riservato lealismo, esprimendo a varie riprese la loro lealtà alla monarchia ed esortando al rispetto delle leggi del nuovo Stato, anche quando colpiva duramente i beni della Chiesa e delle istituzioni religiosi.
Occorre tuttavia riconoscere che, in questo ambito, si manifestarono profonde differenze fra il cattolicesimo del nord, apparso subito più disponibile all’accettazione del fatto compiuto e alla soppressione dello Stato della Chiesa, e quello del sud, da un parte ancora devoto all’antica monarchia, dall’altra più attaccato ai simboli esteriori della religione cattolica; soppressioni, spogliazioni, vere e proprie usurpazioni che i cattolici del nord (del resto più vicini all’Europa) subirono con disagio e con rammarico, ma senza farne un dramma, vennero invece avvertite al sud come intollerabili persecuzioni. E’ alla luce di questa diversa sensibilità che si spiegano le dure resistenze opposte dal sud al nuovo ordine sociale, con fenomeni come le “insorgenze”, sulle quali è a lungo calato il silenzio della storiografia ufficiale e che rappresentano una pagina oscura ed opaca della storia nazionale, e sulla quali solo di recente si è fatta luce, anche se talvolta con qualche eccesso polemico.
Anche al sud, tuttavia, non mancarono i vescovi ed i religiosi “conciliatoristi”, che guardavano con favore al superamento dell’ancien regime e scorgevano nella raggiunta unità la premessa indispensabile per la fuoriuscita del Sud dal suo endemico sottosviluppo. Si manifestò tuttavia – in questo caso al nord come al sud – un forte disagio delle classi popolari nell’accettare il nuovo ordine sociale. Da una parte questi ceti erano fortemente legati all’istituzione ecclesiastica e specificamente al Papato e non comprendevano le ragioni della sua spogliazione, alla quale temevano avrebbe fatto seguito un vero e proprio tentativo di rimuovere dal nuovo ordine sociale il fatto religioso (obiettivo, che in verità fu esplicitamente nelle componente più anticlericale della classe politica risorgimentale). Mancò nella cultura cattolica di allora la capacità di un’educazione realmente popolare, la quale implicasse anche la capacità di operare  una distinzione fra strutture ecclesiastiche e vita religiosa: quando questa distinzione fu operata (come nel caso del progetto educativo di don Bosco) il conflitto fra classe dirigente risorgimentale e coscienza popolare si rivelò meno violenta e traumatica.
Vi è d’altra parte da domandarsi se gli indubbi eccessi della legislazione risorgimentale – già anticipata peraltro nello stesso Regno di Sardegna – dai provvedimenti eversivi di Rattazzi e Siccardi – non abbiano contribuito per loro parte ad approfondire il solco fra quello che potrebbe essere definito il “cattolicesimo di base” o popolare, e il nuovo Stato unitario. Ciò che gli intellettuali più lucidi percepivano come inevitabile tributo da versare, anche da parte delle Chiesa, alla modernizzazione del Paese, veniva invece avvertito come inaccettabile sopruso da masse popolari che spesso vedevano nel clero e soprattutto nei religiosi, e nelle loro istituzioni benefiche ed assistenziali, il loro quasi unico sostegno, in assenza di uno Stato sociale che avrebbe cominciato a configurarsi soltanto un secolo più tardi.  
(…)
Il disincantato secolo XXI – che ha alle spalle un Novecento che è stato drammaticamente segnato, per un suo lungo tratto, dal tarlo roditore del totalitarismo – non ha più fede nell’antico adagio della storia “magistra vitae” perché la storia non insegna  proprio niente, a nessuno: puntualmente gli errori si ripetono, le guerre si rinnovano, i contrasti sociali si riaffacciano. E tuttavia quella della storia è pur sempre una “lezione” che vale la pena meditare, per cercare, in quanto possibile, di non ripetere gli errori del passato.
In questa prospettiva quello che fu forse il problema più acuto del Risorgimento – e cioè la lacerazione tra coscienza civile e coscienza religiosa – appare un evento esemplare di ciò da cui tanto l’una quanto l’altra devono rifuggire: per la coscienza civile il mancato riconoscimento del ruolo che il fattore religioso può svolgere per la umanizzazione della società, partendo dal presupposto, ormai acquisito dai più maturi Stati moderni, che la società civile ha bisogno di un quadro di valori ai quali fare riferimento e che danno alla Costituzione ed alle leggi quel fondamento che esse da sole non riescono a garantire; per la coscienza religiosa l’inadeguata consapevolezza della distinzione di ambiti tra Chiesa e Stato (pur limpidamente affermata dagli Evangeli duemila anni fa), con la conseguente tentazione di  invadere, in nome di Dio, il campo di Cesare, magari nell’ingenua illusione che la causa della religione abbia tutto da guadagnare  – e non invece da perdere – dalla non disinteressata blandizie di chi gestisce il potere.
Le due libertà – quella della Chiesa e quella dello Stato – non sono dunque contrapposte, ma complementari:  in questo senso – come affermava Rosmini in un passo delle “Cinque piaghe”, “la libertà della Chiesa è il vero aroma che impedisce agli Stati di corrompersi”, così come le libertà civili sono l’entroterra di cui la stessa coscienza religiosa ha bisogno per non ridursi ad instrumentum regni.
Giorgio Campanini