Sono da poco usciti i dati di Almalaurea relativi alla condizione occupazionale dei neolaureati: il 16,2% dei laureati brevi ad un anno dal conseguimento del titolo accademico risultano disoccupati (nel 2008 erano l’11%), tra i laureati specialistici il 17,7% (nel 2008 il 10,8%); tra gli occupati (in possesso della laurea specialistica) il 46,4% lavora con un contratto atipico (nel 2008 erano il 41,4%). I dati rivelano dunque due trend ben precisi: l’aumento della disoccupazione dei neolaureati e la crescita dell’utilizzo dei contratti atipici. Le cause più o meno le conosciamo tutti e sono essenzialmente tre: la crisi economica, la distanza tra il mondo dell’istruzione e quello del lavoro, la scarsa propensione al rischio da parte dei giovani. L’esperienza lavorativa oggi è sempre più un percorso che inizia con una forte prevalenza di contratti flessibili, spesso di stage o tirocini. Proprio questi ultimi hanno ormai perso il loro ruolo formativo: sempre più aziende, infatti, utilizzano i contratti di stage senza alcun tipo di prospettive future di assunzione. Se vogliamo riaprire il mercato del lavoro ai neolaureati, occorre prima di tutto ridare dignità a questi strumenti, che sono stati completamente svuotati delle funzioni per le quali erano stati concepiti. Vi è l’esigenza di accompagnare i giovani nel percorso di ingresso al mondo del lavoro e di aiutarli nell’acquisizione di conoscenza e competenze. Cosa che l’università non fa, concentrandosi solamente sui contenuti e sulla teoria, e nemmeno le aziende, che in periodo di crisi non si possono permettere (o non vogliono) più investire nella formazione. Il problema dei contratti atipici in Italia riguarda prima di tutto l’uso che se ne fa. L’esempio classico è quello del nord-Europa, dove  gli ammortizzatori sociali garantiscono un passaggio non traumatico tra la scadenza di un contratto ed uno nuovo. Si tratta di un modello esportabile? Utopia? Secondo il senatore giuslavorista Ichino, promotore di una nuova riforma del lavoro, no.
Tornando all’Università, non sono d’accordo con chi sminuisce il percorso universitario. Studiare paga in senso letterale: sempre il rapporto di Almalaurea dimostra che, seppure le retribuzioni iniziali per i neolaureati sono basse, considerando l’intera vita lavorativa, se un diplomato guadagna 100, il laureato guadagna 150. Il problema risiede invece nel fallimento del sistema universitario basato sul 3+2. Con esso si cercò di portare prima i giovani sul mercato del lavoro, ma si è ottenuto il risultato contrario e i tempi si sono ancor di più allungati. Questo perché, da un lato le aziende richiedono la laurea specialistica e quindi la maggior parte degli studenti decide di continuare, dall’altro è aumentato a dismisura il numero degli esami. Molti studenti finiscono così fuori corso, non necessariamente perché sono dei lavativi. Poi, una volta usciti dall’università, ci si rende conto di non aver acquisito il bagaglio necessario per affrontare il mondo del lavoro e chi se lo può permettere ricorre ai master o ai corsi di perfezionamento. E alla fine del master ti viene proposto un tirocinio, spesso gratuito, per fare esperienza. Infine arrivi a trent’anni e a quel punto le aziende ti dicono che sei troppo vecchio. E’ un cane che si morde la coda. Certo le opportunità nascono prima di tutto dall’attitudine, dalla grinta e dall’entusiasmo. In questi “tempi bui” la disillusione la fa da padrone. Tuttavia i giovani devono assolutamente ritrovare la capacità di rischiare e di puntare sulle proprie peculiarità: la creatività e la capacità di utilizzo delle nuove tecnologie, dei social network, dell’informatica, che sono nate insieme ad essi e che loro conoscono meglio di chiunque altro. E devono essere aiutati in questo dallo Sato, che deve investire, oltre che sulla formazione, sullo sviluppo dell’auto-imprenditorialità giovanile, cercando di eliminare quelle enormi barriere burocratiche che un giovane intenzionato ad avviare un’attività si trova davanti. Dopo aver creato un’intera generazione di precari nel lavoro e nella vita, ancora una volta non devono essere i giovani a pagare le spese della crisi economica e del debito pubblico italiano accumulato dalle generazioni passate.
Andrea Dell’Aglio