Riemerge nella discussione sul federalismo la solita contraddizione di chi vorrebbe l’Europa politica pretendendo di ignorare la necessità di riforma dello Stato nazionale, ritenuta antistorica e disgregatrice dell’Unità.
Riaffiora la tesi che il federalismo interno sia inutile, perché inidoneo al confronto internazionale, nel tentativo mai sopito di cancellare teoria ed esperienza dei maggiori interpreti della  tradizione riformista ed illuminista Risorgimentale, dal Cattaneo al Ferrari, promotori di una federazione delle grandi regioni storiche, diverse per economia e struttura sociale, per non aggravarne gli squilibri e dei pochi liberali che hanno guidato il Paese nel secondo dopoguerra, Einaudi e De Gasperi, fautori del ripristino dell’autonomia comunale, dell’Europa politica e del superamento, come affermazione di un più alto stato di incivilimento,  del principio della sovranità assoluta.
Il Federalismo, dottrina progressiva e liberale per eccellenza, esclude per principio la sottomissione degli stati ad un unico centro  e anche delle diverse realtà regionali a un unico potere centrale, rifiutando ogni pretesa di egemonia.
La sconfitta del liberal-federalismo, attento alle esigenze di democrazia e di emancipazione, ha coinciso con una lunga offensiva delle forze reazionarie, con i fatti del 1898 e con l’avvento del fascismo.
Chi oggi vuole mantenere intatto l’attuale sistema accentrato, come un secolo fa  ignora i problemi della illegalità diffusa, del clientelismo e dell’assistenzialismo che impediscono la rinascita del Mezzogiorno.
Un esempio di modernizzazione viene dalla attuazione della Costituzione riformata del 2001, che riconosce in buona dose i principi del federalismo e il valore delle autonomie territoriali, seppure non usi mai il termine “federalismo” e riconosce che lo Stato non è più parte esclusiva della Repubblica.
Il Consiglio della Lombardia, sotto la guida pragmatica del Presidente Ettore Albertoni, ha approvato nel 2008,  in soli due anni, con il forte e convinto  contributo dell’opposizione, lo Statuto di Autonomia che è per la Regione Lombarda, che per popolazione si confronta con interi stati, l’equivalente della Carta per il Paese.
Un evento rilevante, che segna il passaggio dall’ordinamento centralista all’ ”ordinamento repubblicano”,  pluralista e federalista.
Alcune  Regioni si confronteranno con il pragmatismo Lombardo, chiedendo a loro volta competenze e risorse e cercando intese per migliorare l’esercizio delle proprie funzioni; altre dovranno unire forze e risorse per corrispondere agli interessi delle popolazioni, ingenerando una spinta dal basso per dare vitalità al processo di federalismo fiscale.

Il federalismo fiscale  mette in campo un meccanismo complesso, che incide sugli equilibri  politici, come è argomentato dalla prudente gradualità applicativa, sempre definita con il concorso dell’opposizione.
E’ un passaggio di grande rilievo per l’economicità, la trasparenza e l’efficienza della gestione della cosa pubblica, che acquista maggior valenza con la crisi economica.
Anche in questo caso un primo fronte ritiene necessario procedere alla revisione della finanza pubblica, in armonia con il processo di attuazione del federalismo politico e di devoluzione di funzioni e compiti alle autonomie, in attuazione della Costituzione riformata nel 2001, spostando le responsabilità di bilancio sugli amministratori locali che, in particolare al Sud, hanno vissuto in attesa del ripiano dei debiti.
Altre forze condividono i timori delle regioni meno virtuose e temono il dilatarsi del divario Nord-Sud e l’incremento della fiscalità.
Con il federalismo municipale, secondo l’Associazione dei Comuni, aumentano le entrate dei Comuni che nel periodo transitorio partecipano a molte imposte e hanno visto accolte numerose richieste come la modifica del patto di stabilità, lo sblocco dell’addizionale irpef, l’imposta di soggiorno, garanzie sulle risorse minime al 2012  e l’assegnazione delle risorse provenienti dalla lotta all’evasione.
Il quadro che risulta è quello di un Comune più autonomo nella spesa e nell’imposizione ma responsabile, non potendo più contare sull’intervento dello Stato per la copertura del disavanzo. Anche le Regioni avranno un ruolo rilevante nella lotta all’evasione fiscale come risulta dalle numerose modifiche accolte dal governo ed è stata completata la definizione dei livelli essenziali delle prestazioni e salvaguardati i livelli bassi di reddito da eventuali incrementi dell’irpef regionale.
Sui limiti ai costi del settore pubblico, detti costi standard, finalizzati a combattere gli sprechi e la malasanità, è mancato un largo schieramento parlamentare per il prevalere della paura del cambiamento sulla sostanza dei provvedimenti, in particolare per l’assenza di un movimento riformatore a sostegno di misure che indubbiamente colpiscono i centri della cattiva amministrazione.
Lascia però ben sperare l’ampia  consapevolezza che si tratti di un passaggio storico,  da regolare ma da agevolare, confermata dalle notizie di  partecipazione concludente delle principali forze politiche negli organi tecnici di confronto.
I tatticismi, anche la Chiesa si rifugia nelle teorie del Rosmini, sono un esercizio inutile di fronte a sprechi, arretratezza e corruzione che divorano il Paese.
C’è preoccupazione per l’aumento della pressione fiscale, che a regime dovrebbe ridursi e si arriva al punto nodale tanto temuto, quello della riduzione della spesa dello Stato, ottenibile con la riduzione degli apparati centrali, che hanno sempre ostacolato ogni tentativo di riforma e delle spese della burocrazia statale da ricondurre a un ruolo di coordinamento e controllo.
Su questo tema, che mette a fuoco il rapporto Nord-Sud, si giocherà la partita tra progresso e conservazione.

Tiziano Catellani
Presidente Circolo Carlo Cattaneo