In seguito all’approvazione del Piano provinciale di gestione dei rifiuti nel 2005, iniziò da parte di Amps-Enia (oggi Iren), l’iter di attuazione del progetto operativo per la realizzazione di una piattaforma integrata di gestione dei rifiuti a Parma, comprendente il termovalorizzatore.
Il progetto ha infatti visto prima Amps, poi Enia, oggi Iren, come soggetti proponenti, con cui il Comune di Parma e la Provincia di Parma hanno stretto un sostanziale e vincolante accordo. In base ad esso, sono state apportate da parte del Comune le varianti urbanistiche, sono state adottate le misure istruttorie da parte della Provincia e si è arrivati alla fine all’approvazione definitiva, che ha permesso ad Iren di perfezionare il progetto esecutivo, acquisire le aree, appaltare l’opera ed iniziarne la costruzione.
L’affidamento ad Enia avvenne senza gara di appalto, ma in virtù di una procedura diretta, derivante da una scelta del Comune di Parma, poi nella sostanza avvallata dalla Provincia, che vedeva in Enia il partner naturale, trattandosi di società a capitale totalmente pubblico.
Le trasformazioni societarie hanno in seguito modificato radicalmente le condizioni iniziali della Società, che, come noto, non è più a totale capitale pubblico, ma è società per azioni, di cui il Comune di Parma detiene poco più del 6 % di un pacchetto azionario, che per una quota complessiva di circa il 49 %, è di proprietà di soggetti privati e/o a libero mercato di borsa.
La questione dell’affidamento diretto si configura quindi un primo aspetto controverso, sia su un piano squisitamente amministrativo e di legittimità, sia su un piano politico, di trasparenza e di opportunità.
Il progetto della piattaforma integrata di Iren, il cui acronimo è “Pai” (piattaforma ambientale integrata), prevede un sistema integrato di selezione e smaltimento dei rifiuti. Il sito fu individuato in località Ugozzolo, presso l’area industriale Spip, lungo il corridoio tra l’Autostrada del sole e la Tav.
Il costo previsto dell’intervento è stato stimato sull’ordine di poco meno di 200 milioni di Euro.
Cuore della Piattaforma integrata sarà il termovalorizzatore, in cui saranno avviati a combustione sino a circa 130.000 tonnellate di rifiuti all’anno di cui 70.000 tonnellate provenienti da rifiuto urbano indifferenziato, 20.000 da fanghi di depurazione disidratati ed il resto scarti industriali, sanitari, rifiuti speciali.
Si ricorda come il Piano Provinciale Gestione Rifiuti avesse in realtà dimensionato la necessità di smaltimento con conversione termica dei rifiuti in una quantità che era circa la metà, 65.000 tonnellate all’anno. L’osservazione di Enia al Piano apportata dopo la fase di adozione (il piano provinciale prevede i medesimi passaggi di un piano urbanistico: adozione, osservazioni, controdeduzioni, approvazione finale) chiedeva il raddoppio di tale quantità. In fase di controdeduzioni ed approvazione finale la Provincia approvò tale osservazione, pur senza “rifare i conti”, ovvero senza modificare le analisi scientifiche e tecniche che erano alla base del suo stesso piano, ma semplicemente dichiarando che alcuni aspetti specifici del dimensionamento non erano di sua competenza. Di fatto la controdeduzione della Provincia (approvata nel dicembre 2004) spianò la strada in modo definitivo al dimensionamento del termovalorizzatore a 130.000 tonnellate/anno, anziché alle 65.000 stimate dagli estensori del Piano.
E questa del raddoppio della potenzialità dell’impianto, in parziale contraddizione con i conteggi degli estensori del Piano, è la seconda questione controversa del termovalorizzatore.
Le tipologie dei rifiuti trattati dal processo di termovalorizzazione sono quelle derivanti dalla cosiddetta frazione secca residuale non riciclabile.
Sulla natura di tale frazione residuale dei rifiuti è aperta un’altra delle questioni cruciali, poiché ci si interroga se, effettivamente, tale frazione debba essere necessariamente tutta avviata a combustione, o non ne sia invece possibile un riciclaggio, almeno in percentuale elevata, sulla base di esperienze reali in atto anche in Italia (processi di estrusione a freddo).
Dalla combustione dei rifiuti il termovalorizzatore produrrà energia elettrica e calore per il sistema di teleriscaldamento cittadino. I fumi del termovalorizzatore saranno trattati con sistemi di abbattimento, che tuttavia non impediranno una fuoriuscita in atmosfera, secondo i dati della stessa Iren, di circa 3.000/3.5000 Kilogrammi all’anno di polveri sottili, oltre ad altri inquinanti in misura tuttavia meno significativa. Il termovalorizzatore non porterà alla “distruzione” totale dei rifiuti, poiché comunque una percentuale consistente di ceneri, derivante dai processi di combustione dovrà essere avviato a diverso smaltimento, probabilmente in discarica.
In questi ultimi anni, in particolare dal 2006 in poi, contro il termovalorizzatore si è sviluppata una campagna di opinione, le cui argomentazioni avverse si basano essenzialmente su due motivazioni: la prima è che il termovalorizzatore produce inquinamento dell’aria, tramite le emissioni in atmosfera e mina quindi la salute delle persone; la seconda è che il termovalorizzatore danneggia l’equilibrio che è alla base della qualità sostenibile della cosiddetta food-valley. Su quest’ultimo aspetto grava anche il rischio di un danno di immagine, in relazione al fatto che la localizzazione del termovalorizzatore è prevista a poche centinaia di metri dalla sede della Barilla, la principale industria alimentare di Parma, lungo il medesimo asse visivo dell’autostrada e della Tav.
Partendo dallo specifico della battaglia contro il termovalorizzatore, sono state anche approfondite tematiche di più ampio respiro, sulle stesse modalità di sviluppo del nostro sistema, sullo spreco di materia, sull’insufficienza delle politiche di contenimento della produzione di rifiuto. La prospettiva è una sorta di opzione zero, ovvero un rivoltamento delle attuali strategie generali, che porti ad una drastica riduzione della produzione di rifiuto e ad una raccolta differenziata molto spinta, sino ad avvicinarsi al 70-80 % sul totale, il ché permetterebbe quindi una riduzione fortissima della frazione da smaltire.
Anche un’opposizione meno radicale aveva avanzato le proprie ragioni nei confronti del progetto di termovalorizzatore; essa si era espressa già nel 2005, ovvero al momento dell’approvazione del Piano prov.le, ed è rappresentata principalmente dalla sezione provinciale di Legambiente. Secondo Legambiente il termovalorizzatore non era una scelta in sé eludibile, perché il principio dell’autosufficienza dei territori era, sul piano della sostenibilità ambientale, non derogabile e un’opzione zero di produzione rifiuti appariva una prospettiva corretta a cui si deve tendenzialmente tendere, ma realisticamente non raggiungibile in tempi rapidi. Legambiente si era espressa invece assai criticamente rispetto alla questione specifica del dimensionamento dell’impianto di termovalorizzazione, che avrebbe dovuto rimanere nei termini di cui alla originaria stesura del Piano prov.le.
Un’opzione alternativa, che è rimasta viva sino all’inizio della costruzione del termovalorizzatore (che ha di fatto modificato il quadro oggettivo in cui si svolge lo stesso dibattito), era quella di evitare la realizzazione di un termovalorizzatore a Parma, nel cuore della food-valley, e ciò sarebbe stato possibile sviluppando rapidamente politiche di raccolta differenziata, sul modello di tante realtà anche in Italia, per ottimizzare quindi l’uso degli impianti esistenti, in particolare quello di Piacenza, al fine del trattamento della frazione residua, fortemente ridotta.
Il problema della non autosufficienza della Provincia di Parma sul tema dei rifiuti, problema che, come si è visto negli articoli precedenti, è rimasto per anni del tutto irrisolto, portò da parte della Provincia e del Comune ad escludere l’ipotesi di un accordo con altre provincie, a non considerare ipotesi di implementazione spinta della differenziata, di riduzione della produzione del rifiuto o di altre soluzioni meno invasive, per accelerare invece la decisione sulla soluzione più facile, immediata e redditizia, quella di un termovalorizzatore unico, tra l’altro di grandi dimensioni, da realizzarsi a Parma.
Tale scelta comporterà tuttavia alcuni pericoli, oltre a quelli relativi all’incremento di emissioni in atmosfera. Il primo pericolo che potrà derivare da un eccessivo dimensionamento è che, una volta superato, come di fatto sta già avvenendo in via legislativa, il vincolo provinciale degli ambiti ottimali, ovvero l’obbligo di ogni provincia di risolvere all’interno del proprio territorio il ciclo dei propri rifiuti, l’impianto di Parma, così grande, sia destinato a trattare tutti i rifiuti dell’Emilia occidentale, e quelli Reggio Emilia in particolare, che da parte sua sta rinunciando ad avere impianti sul proprio territorio.
L’altro pericolo è che l’impianto possa condurre in futuro di fatto ad una disincentivazione alla raccolta differenziata e alle politiche di contenimento di produzione di rifiuti, poiché, comunque, per reggere costi di ammortamento della costruzione e per garantire quindi redditività, il gestore avrà sempre bisogno di grandi quantità di rifiuti da bruciare.
Il dibattito che si è sviluppato si dipana oggi sostanzialmente in contemporanea con i lavori di edificazione del termovalorizzatore, che procedono celermente, sulla base di quanto autorizzato dal Piano del 2005 e dai successivi accordi Comune- Provincia- Iren.
Le forze politiche si trovano in questa fase strette tra istanze opposte, come le ragioni dei movimenti contrari al termovalorizzatore ed i nuovi dubbi emersi da parte di influenti esponenti del mondo imprenditoriale, a cui si contrappongono, le conseguenze delle scelte che sono maturate ormai sei anni fa, e che diverrebbe arduo, se non del tutto impossibile, oggi, cercare di modificare.
La scelta sul termovalorizzatore è stata comunque fatta, e, va aggiunto, in modo condiviso, da Comune, Provincia e da tutti i principali partiti politici ed oggi eventuali ripensamenti comporterebbero costi finanziari enormi.
Iren, che ha già anticipato investimenti di decine di milioni di Euro e che ha programmato l’attività futura di raccolta e gestione rifiuti sulla base del nuovo Pai e della sua entrata in funzione, procede speditamente per la propria strada. Un’eventuale revoca dell’affidamento o una radicale modifica delle autorizzazioni, senza per altro significative nuove condizioni rispetto a quelle di cui agli accordi contrattuali originari, si tradurrebbero in un contenzioso i cui esiti graverebbero in modo probabilmente del tutto non sostenibile sulla casse pubbliche.
I partiti del centrosinistra, che governano da sempre la Provincia, mentre si trovano all’opposizione in Comune, sono favorevoli all’impianto ed al fatto che la sua costruzione proceda senza ostacoli.
Di contro, quasi paradossalmente, è oggi la Giunta comunale il soggetto istituzionale che sembra avanzare i dubbi più seri su alcuni aspetti specifici del termovalorizzatore, tra cui quelli relativi ai costi di costruzione, in questo ponendosi di fatto come il soggetto politico più sensibile alle istanze del comitato.
L’entità degli interessi in gioco, sia da un punto di vista economico, sia su un piano prettamente politico e di acquisizione del consenso, condiziona il dibattito, il quale appare per alcuni aspetti quasi surreale o marcatamente strumentale.
Troppi problemi rimangono comunque irrisolti e troppi interrogativi sono ancora inevasi.
Si manifesta quindi in questa vicenda un ritardo culturale generalizzato da parte dei partiti e dei soggetti istituzionali in gioco, che si sono dimostrati purtroppo incapaci di interpretare le istanze più avanzate per un futuro sostenibile, e ciò soprattutto in relazione allo specifico di Parma e della sua filiera agroalimentare, nella prospettiva di una qualità ambientale integrata.

Paolo Scarpa