Quanto sta accadendo in Giappone, oltre a rendere evidenti i rischi di una tecnologia, svela anche la vulnerabilità e l’inadeguatezza di un sistema di produzione di energia elettrica fondato su poche centrali di grande potenza e scarsa modulabilità che distribuiscono energia ad utenti-consumatori. E’ un sistema fortemente centralizzato che richiede una grande concentrazione di capitali e potere, con assetti monopolistici o, al più, oligopolistici e con una enorme capacità di condizionamento della politica e del mercato energetico a discapito dei consumatori. Questo sistema è poco elastico, poco resiliente, molto vulnerabile a interruzioni in caso di incidenti, catastrofi, attentati. E’ un sistema vecchio, inefficiente, inadeguato per il mondo complesso e a rischio che ci troviamo davanti.

Il sistema delle fonti rinnovabili (accoppiate alle centrali a gas di cui non possiamo per ora fare a meno) si fonda sul principio della generazione distribuita e delle reti intelligenti (smart grid), in cui ogni utente può anche essere produttore e l’energia prodotta viene modulata e allocata in modo intelligente (smart) in funzione della domanda istantanea. E’ un sistema più versatile, più efficiente, più moderno, più aperto al libero mercato, intrinsecamente più democratico. E’ anche un sistema più sicuro nel dispacciamento, che fornisce maggiori garanzie contro possibili interruzioni di fornitura dovute ad eventi imponderabili o non controllabili, in quanto distribuito e a rete.  Nelle prime ore dopo il terremoto e lo tsunami l’unica cosa che funzionava senza problemi in Giappone era Internet, non a caso una tecnologia pensata dai militari per garantire continuità di comunicazione anche in situazioni di guerra. In questo momento in Giappone stanno razionando l’energia elettrica con black-out a rotazione perché oltre ai reattori della centrale di Fukushima, molti altri sono stati fermati per danni o per precauzione ed è probabile che ci vogliano mesi o anni prima che vengano rimessi in funzione (come già accaduto per “minori” incidenti avvenuti nel recente passato – con contaminazioni e morti – non noti al pubblico occidentale).

Solo questo, dimenticando per un attimo la catastrofe a cui stiamo assistendo, basterebbe per fermare il programma nucleare in Italia che non è altro che un’enorme e pianificata sottrazione di denaro pubblico fatta a rischio e sulle spalle dei cittadini a vantaggio di due potenti lobby industriali e dello stuolo di intermediari e comunicatori che ci girano intorno, a cominciare dal noto oncologo a capo dell’Autorità di controllo per arrivare ai giornalisti incaricati della propaganda. Il nucleare può infatti essere portato avanti solo con ingenti costi e sovvenzioni statali sotto forma di ricerca e sviluppo, di garanzie per gli investimenti, di sicurezza civile e militare e soprattutto di smaltimento delle scorie e di decommissioning degli impianti. Con la nostra bolletta elettrica stiamo tuttora pagando lo smantellamento delle 4 centrali spente dopo il referendum del 1987, miliardi di euro, senza che si sia ancora trovato una soluzione e un sito di stoccaggio per le scorie (per ora, in mancanza di meglio, le lasciamo dentro le centrali o le esportiamo all’estero, magari anche in modo clandestino, come avvenuto in Somalia). Se questi costi venissero internalizzati nessuno investitore privato si periterebbe di costruire una centrale nucleare che richiede in media 200 mesi per entrare in esercizio dal momento del progetto e che ha costi enormi, di fatto insostenibili, di assicurazione (con rischi di crac finanziario per lo stesso settore assicurativo in caso di incidente). Una recente gara negli USA è andata deserta e c’è voluto lo stanziamento federale di fondi di garanzia per decine di miliardi di dollari per risvegliare l’interesse degli investitori.

Un assaggio di cosa si sta preparando in Italia viene dal recente decreto del governo sulle fonti rinnovabili (decreto Romani) che taglia gli incentivi per la produzione di energia dal fotovoltaico (una produzione di energia distribuita tra migliaia di produttori che si stima abbia dato vita a decina di migliaia di posti di lavoro – dati IRES-CGIL) per aprire il campo alle sovvenzioni al nucleare (tra l’altro da sempre privilegiato nel finanziamento pubblico alla ricerca e sviluppo). Si dirà: le fonti rinnovabili, non garantiscono grandi produzioni. Nel solo 2010 (dati GSE) è stata installata una potenza con una capacità produttiva di 10 TWh/anno, ovvero una quantità di energia elettrica analoga a quella producibile da una delle 8 centrali nucleari del programma governativo, la cui entrata in esercizio è prevista tra il 2022 e il 2030. Quello che dovremmo avere fra 15 anni con centrali a rischio che lasceremo in eredità alle future generazioni lo possiamo dunque ottenere in meno tempo con tecnologie molto più sicure e più pulite, che hanno però il difetto di distribuire benefici, profitti e posti di lavoro in maniera diffusa sul territorio nazionale.

Al di là di tutte le considerazioni sulla sicurezza, sorge quindi spontanea una domanda: a chi serve il nucleare in Italia?

Nicola Dall’Olio