Il Partito Democratico è interprete e non oppositore di quelle istanze che spingono verso una riforma in senso federale dello Stato; siamo infatti fortemente convinti che un’effettiva responsabilizzazione delle autonomie locali, nell’ambito di una più coerente distribuzione dei compiti e delle funzioni tra i diversi livelli di governo, possa rappresentare il volano per la modernizzazione del Paese. Il quadro di riferimento non può che essere la riforma del Titolo V della Costituzione, varata nel 2001 dal governo di centrosinistra.
La legge delega sul federalismo (Legge n. 42/2009) avrebbe una connotazione ben diversa se l’iniziativa politica e parlamentare del PD non avesse consentito di correggere l’impostazione iniziale del governo, passando da un testo che alimentava un esasperato egoismo territoriale ad uno maggiormente equilibrato e garantista.
Tuttavia l’atteggiamento del governo e in particolare della Lega Nord continua ad essere, a parole, ispirato ad una forte autonomia e responsabilizzazione delle autonomie locali, ma nei fatti dell’iniziale “pago, vedo, voto”, sostenuto dal Ministro Tremonti, è rimasto ben poco.
Anzitutto non si parla più di riforme strutturali e della Carta delle Autonomie, la cui approvazione  consentirebbe la semplificazione dei livelli di governo, superando le sovrapposizioni, razionalizzando gli enti territoriali e le loro funzioni. Ad oggi, infatti, resta irrisolto il problema fondamentale del “chi fa che cosa”.
Sui decreti sin’ora approvati il PD si è astenuto sul federalismo demaniale (trasferimento agli enti locali del patrimonio dello Stato), ha votato a favore di quello su Roma Capitale, ha votato contro il decreto sui fabbisogni standard di comuni e province in particolare perché non prevede la definizione dei livelli essenziali delle prestazioni nei servizi erogati dagli enti locali.
La riduzione dell’autonomia dei comuni e l’introduzione di nuove tasse (oltre ad aumentare quelle che già esistono) che colpiscono in particolare i redditi da lavoro e da impresa senza incidere in alcun modo, come invece proposto dal PD, sulle rendite finanziarie, sono le ragioni alla base del voto contrario del PD sul decreto relativo al federalismo municipale, approvato alla Camera con il ricorso al voto di fiducia nonostante il parere contrario della Commissione bicamerale sul federalismo.
Con il decreto approvato crescono i vincoli e le rigidità per i Comuni a partire dall’incertezza sulla quantità delle risorse effettivamente a disposizione, pur in un quadro complessivo di prevedibile aumento della pressione fiscale:
1)sblocco delle addizionali comunali Irpef: il PD ha contestato questa ipotesi chiedendo al contrario di abolire le addizionali comunali lrpef introducendo un’unica imposta comunale sui servizi che, accorpando anche la tassa sui rifiuti, finanzierebbe quei servizi non strettamente tariffabili;
2)introduzione della “cedolare secca” sugli affitti di per sé condivisibile ma che così congeniata favorirà i proprietari con redditi e patrimoni elevati, penalizzando le fasce più deboli se non compensata dalla deducibilità di parte dell’affitto per gli inquilini, come proposto dal PD;
3)introduzione dell’imposta di scopo per finanziare le opere pubbliche e della tassa di soggiorno, che produrrà un effetto depressivo sul settore in particolare centri medi e piccoli che subiscono maggiormente la concorrenza delle grandi città;
4)introduzione dell’IMU che graverà pesantemente sui possessori di seconde abitazioni con redditi medi ma soprattutto sulle attività di artigiani, commercianti e professionisti in quanto l’aliquota prevista del 7,6 per mille è già più alta della media dell’ICI attuale (6,5 per mille).
Sul tema fondamentale della perequazione territoriale, non solo quella tra nord e sud, ma anche all’interno di ciascun territorio, c’è ancora troppa incertezza (l’andata a regime delle norme è prevista nel 2014) a partire dalla discrezionalità dei criteri di ripartizione dei fondi, per altro gestiti a livello centrale. Altro che autonomia e responsabilità degli amministratori!
Il decreto sul federalismo municipale aumenta il centralismo, riduce l’autonomia impositiva degli enti locali che avranno meno risorse e più incertezza nel programmare la loro attività, mentre cittadini e imprese dovranno pagare di più per continuare ad avere i servizi attuali.
Purtroppo il federalismo di cui avrebbe bisogno il Paese è un altro. Lo sanno gli amministratori locali, alle prese con sempre più stringenti norme nazionali, tutt’altro che autonomiste, e lo sanno i cittadini che, proprio come conseguenza delle politiche del governo nazionale, stanno assistendo ad una riduzione dei servizi essenziali sino ad oggi garantiti degli enti locali.
On. Carmen Motta