La gestione operativa dei rifiuti a Parma, in tutti i passaggi, sommariamente delineati nei capitoli precedenti, è stata prevalentemente affidata negli ultimi decenni ad un’azienda, la quale è cambiata radicalmente nel tempo, pur rimanendo il riferimento centrale per i rifiuti, e che in origine era Amnu, poi Amps, poi Enia e quindi Iren.
L’azienda, intendendone la storia in una sorta di lineare discontinuità, in cui un’identità iniziale si è progressivamente trasformata in ulteriori diversi soggetti, ha conosciuto molteplici passaggi, decisivi per il suo assetto, passando da municipalizzata di ambito comunale, come era all’inizio degli anni novanta, sino a “multy-utility”, quotata in Borsa e con dimensioni sovra regionali.
In origine la gestione era affidata ad Amnu, azienda municipalizzata di nettezza urbana, una società al cento per cento del Comune di Parma, nata negli anni sessanta dalla vecchia Ametag. L’Amnu, essendo di piena proprietà del Comune, ne è sempre stata considerata una sorta di mero braccio operativo, obbedendo, senza sostanziale autonomia, alle decisioni che erano assunte dalla Giunta comunale e dal Sindaco.
Amnu negli anni novanta fu affiancata da Amps ambiente, settore operativo di Amps. Amps era nata anch’essa, come azienda municipalizzata del Comune, specializzata nei servizi energetici e di distribuzione dell’acqua, ma progressivamente essa si era trasformata in multiutility, ovvero un’azienda con più settori di competenza e con una sempre maggiore autonomia gestionale.
Amps cambierà radicalmente anche l’assetto organizzativo e societario, divenendo società a capitale misto, pubblico e privato, con una partecipazione proprietaria non secondaria anche di grandi soggetti privati, tra cui alcune banche. Amps S.p.A. assorbirà quindi definitivamente Amnu nel 2008, dopo averne, negli anni precedenti, progressivamente assunto tutte le mansioni.
Gli accordi tra Parma e Reggio Emilia, estesi anche a Piacenza, condussero in seguito ad una fusione di Amps con Agac e Tesa. In questo modo Amps scompariva, confluendo nel nuovo corpo societario di Enia S.p.A.
La nascita di Iren S.p.A., avvenuta nel luglio del 2010, dalla fusione di Enia con Iride, creava, come ultimo passaggio in termini di tempo, una sorta di colosso delle multiutility, che arrivava a comprendere, oltre alle componenti originarie emiliane, ovvero Parma, Piacenza e Reggio Emilia, la partecipazione di due grandi città del Nord, come Genova e Torino.
Lo sviluppo dei consumi energetici produsse un vertiginoso incremento dei fatturati e degli utili specifici delle multiutility. La gestione dei rifiuti era invece sempre stata in perdita, un servizio strutturalmente considerato un peso da parte delle amministrazioni pubbliche e delle società operative del settore. Questa situazione cambiò radicalmente dopo il Decreto Ronchi che venne emanato alla fine degli anni novanta.
Il Decreto Ronchi creò la “Tariffa rifiuti”, in sostituzione della vecchia “tassa”, legando il costo sostenuto da parte dell’utente alla natura del servizio.
I rifiuti si trasformarono così in breve tempo da mero peso economico a business. Le antiche perdite di bilancio a carico delle singole società di trattamento dei rifiuti urbani, strutturalmente in perdita, che quindi dovevano necessariamente fare gravare i propri deficit fisiologici sugli enti pubblici proprietari (i Comuni), potevano ora ribaltarsi in potenziali attivi di bilancio, tanto più remunerativi, quanto più efficiente sapeva essere la gestione della filiera che legava pulizia, raccolta, selezione, riciclo, smaltimento.
Per questa ragione l’attenzione attorno ai rifiuti è venuta crescendo in questi anni, anche da parte di soggetti privati.
Nel contempo la natura delle società multiutility si è modificata, al punto da farne soggetti autonomi rispetto alle singole amministrazioni. Non si tratta, sia chiaro, di un’autonomia dalla politica in genere, perché la partecipazione pubblica rimane rilevante e questo ha influenza sia sulle nomine della dirigenza, sia su alcune scelte operative. Ma lo scenario attuale è del tutto diverso rispetto ad un passato in cui le municipalizzate erano semplici aziende a servizio dei Comuni.
Iren è quotata in borsa, ma la quota di partecipazione pubblica sotto il controllo diretto o indiretto dei Comuni rimane sopra il 50 %, mentre la parte restante è a partecipazione di soggetti privati e a libera disponibilità del mercato azionario.
Per dare l’idea di quanto difficile possa essere oggi per un singolo Comune determinare le strategie generali, basta forse il dato che in Iren S.p.A. la quota controllata dal Comune di Parma nella società è di poco superiore al 6 %.
Ricordiamo inoltre il recente passaggio, avvenuto tra polemiche politiche pesanti da parte delle opposizioni, della quota partecipativa del Comune di Parma alla Società Stt, anch’essa di proprietà del Comune di Parma.
La ragione di tale passaggio risiederebbe nella necessità di costituire un rafforzamento del capitale di Stt, società che oggi ha un debito di dimensioni di parecchie decine di milioni di Euro, con pesanti esposizioni verso il sistema del credito.
Sfugge in questo passaggio quanto la quota di partecipazione di Iren da parte di Stt possa essere considerata effettivamente disponibile, anche come forma di garanzia, nei confronti delle Banche, poiché la quota ora in carico a Stt (ovvero, nella sostanza, per ora, ancora, si spera, del Comune di Parma), pari a quel circa 6 % del totale, appare ancora decisiva per il mantenimento o meno della quota pubblica del 50 % del complessivo pacchetto azionario. Ovvero: se quella quota dovesse essere ceduta a qualsiasi titolo ad un soggetto terzo privato, ivi compresa una Banca, Iren cesserebbe di essere una società con capitale in mano pubblica superiore al 50 % e la maggioranza della proprietà sarebbe di fatto privata.
Su un piano politico, l’espansione dimensionale della società di gestione, che ha condotto alla nascita di Iren, se da un lato appare in linea con le tendenze generali di accorpamento aziendale che riguarda pressoché tutta l’economia e attraversa tutti i settori, da un altro produce fatalmente, come effetto immediato, un sempre maggiore e più deciso allontanamento dei baricentri decisionali dalle comunità locali.
Se questo sia un bene o meno per i cittadini, è valutazione complessa, che riguarda non certo solo Iren, ma tutto il sistema delle aziende a partecipazione pubblica ed erogatrici di servizi.
A fronte di teorici risparmi derivanti dall’ottimizzazione delle risorse delle multiutility, il cittadino, come il singolo Comune, si trova di fronte un soggetto molto forte ed autonomo, che rischierà di agire, a livello locale, in una sorta di regime di monopolio di fatto, anche se non di diritto, in cui la qualità del servizio e i costi sul cittadino deriveranno dalle sue esclusive prerogative, su cui le amministrazioni pubbliche potranno sempre operare un controllo, ma con crescente difficoltà.
Ciò che appare certo è che oggi Iren, società quotata in borsa, i cui confini di influenza comprendono in modo diretto almeno tre grandi regioni del Nord, difficilmente sarà condizionabile nelle scelte strategiche dagli umori variabili delle amministrazioni politiche dei singoli comuni e province, mentre dovrà obbedire sempre più fedelmente alle leggi della competizione e del mercato, pur rimanendo soggetta alle regole fissate dai vari protocolli di intesa, al rispetto dei principi normativi e a quelli di responsabilità sociale di impresa, che ne costituiscono base fondativa.

Paolo Scarpa