Continuando l’approfondimento della Lumen Gentium, il gruppo dei “festeggianti” il Concilio ha analizzato il tema “ Uomini e donne del popolo di Dio. Spazi e opportunità per il genio femminile”, che è stato introdotto da Carla Mantelli.
La relatrice ha ricordato che il Concilio è stato un evento straordinario per diversi motivi: si è trattato di un confronto vero, aperto, sia dentro la Chiesa che con il mondo le cui domande e aspirazioni sono state ascoltate e prese sul serio; ha voluto ridire la Chiesa come mistero di comunione e popolo di Dio in cui tutti sono soggetti e protagonisti, tutti sono sacerdoti re e profeti; ha fortemente valorizzato il laicato e l’autonomia delle realtà terrestri; ha riscoperto il primato della Scrittura che è stata “restituita” al popolo di Dio come patrimonio comune.
A partire da tutto questo che cosa ci può insegnare il Concilio sul pensarci e sull’essere uomini e  donne del popolo di Dio?
1) Superare la tendenza a “definire tutto”
Il Concilio più che dare definizioni ha superato molte definizioni sbagliate e ha aperto delle strade. Questo è un grande insegnamento: superare la necessità di definire nei minimi particolari che cosa è un mistero divino, che cosa è un sacramento, che cosa può fare un uomo, che cosa può fare (e soprattutto non può fare) una donna….
Il Vangelo nella sua essenzialità, nella sua limpidezza, nell’andare alla sostanza delle cose va in direzione nettamente contraria.   Il Concilio dice ritorno alla Scrittura, dice libertà dei figli di Dio… quindi perchè legarci mani e piedi a determinate definizioni umane del mistero? Questa ansia di definire tutto è ciò che rende difficile anche il dialogo ecumenico.
Se resteremo ancorati alle nostre definizioni umane e spesso storicamente connotate del mistero sarà più difficile l’unità delle chiese ma anche il dialogo con un mondo che pone problemi nuovi che richiedono ascolto, apertura, disponibilità, che per essere affrontati avrebbero bisogno di una Chiesa guidata dalla carità più ancora che dalle verità della ragione.
2)Superare l’antropologia dualistica (o della complementarietà)
L’ansia “definitoria” ha sempre riguardato anche l’essere uomini e donne nel popolo di Dio. E subendo un forte condizionamento dal pensiero greco la tradizione teologica cristiana ha sempre sostenuto quella che Elizabeth Jhonson chiama “antropologia dualistica o della complementarietà” che attribuisce caratteristiche precise agli uomini e altre altrettanto precise alle donne, caratteristiche che si compongono nella prospettiva della complementarietà. Questa impostazione è sempre stata gravemente svantaggiosa per le donne perchè le donne erano materia e gli uomini spirito, le donne passive e gli uomini attivi, le donne emotivamente  fragili e gli uomini forti e razionali…,  in una parola gli uomini superiori e le donne inferiori, gli uomini capaci di esercitare l’autorità e le donne chiamate a subirla.  Negli ultimi decenni, appurata la sconvenienza di un simile discorso si è cercato di abbellirlo trasformando la passività in recettività e accoglienza, la fragilità in sensibilità… Il tema vero però non è trasformare le caratteristiche negative in positive o renderle più poetiche, il tema vero è superare l’antropologia della complementarietà a favore di un’antropologia egualitaria e della reciprocità. Ciò non significa negare il valore della differenza ma lasciare che questa si esprima liberamente nella consapevolezza che ogni persona è “completa” e proprio per questo chiamata ad amare e capace di amare. Non è chiamata ad amare e relazionarsi con l’altro perché le manca un pezzo…  ma perchè quella è la sua vocazione.
Alla fine si tratta semplicemente di prendere sul serio Genesi 1-2!
Il Concilio parla pochissimo delle donne, non cade nell’antropologia delle complementarietà, cosa che sarebbe stato facilissimo fare almeno nella Gaudium et spes  quando si parla della famiglia. Sfruttiamo questa libertà a cui il Concilio ci invita.  
3) Un modo “nuovo” di pensare Dio
Il magistero successivo al Concilio resta però molto affezionato a questa antropologia che ritroviamo sottostante a un grave problema che viviamo in alcune chiese cristiane: gli uomini possono ricevere sette sacramenti, le donne uno di meno. Il Concilio non affronta direttamente questo tema, fa un discorso ecclesiologico che imposta e apre, non chiude. Ci penserà Paolo VI nel 1976 con l’Inter Insigniores a chiudere su questo punto.
Il tema del sacramento dell’Ordine e dei ministeri non ordinati riservati agli uomini è un tema molto importante che sembra dimenticato.  Non va però impostato solo come un problema di diritti negati. E’ soprattutto un problema teologico. La motivazione addotta dall’Inter Insigniores e poi ribadita dalla Mulieris Dignitatem infatti è che solo gli uomini, essendo maschi, possono agire “in persona Christi” in quanto Cristo è un maschio. Siamo di fronte a una giustificazione teologica estremamente razionale che però, enfatizzando la maschilità di Gesù, elevandola a principio cristologico nega alle donne il loro essere imago Dei e, come dice E. Jhonson nega l’universalità della salvezza.
L’enfatizzazione del sesso di Gesù o è accompagnata dall’enfatizzazione di tutte le altre sue caratteristiche umane: Gesù è ebreo, è mediorientale,  è celibe, è povero… e allora chi agisce in persona Christi dovrebbe essere maschio, ebreo, mediorientale, celibe e povero…    o altrimenti tutti coloro che hanno ricevuto il  Battesimo dovrebbero avere la possibilità di agire “in persona Christi” perché Dio in Gesù ha assunto l’umanità intera, non solo l’umanità maschile. Esattamente come non ha assunto solo l’umanità ebrea, mediorientale, povera…
Questa enfatizzazione della maschilità di Gesù porta inevitabilmente  ad associare la divinità al maschile. Operazione nientemeno che idolatrica e blasfema secondo Elizabeth Jhonson. Quando si collega Dio al maschile, dice la Jhonson, ciò che si viene a riprodurre nella teologia, nella spiritualità e nella vita della Chiesa non è nient’altro che l’ordine patriarcale del mondo.
Giovanni Paolo II accogliendo la riflessione del  teologo Von Balthasar, mette insieme nella Mulieris Dignitatem l’antropologia dualistica e l’associazione maschile-divino: la chiesa è insieme mariana e apostolico- petrina (MD 27) dove il mariano implica il principio femminile, umano, ecclesiale che riceve amore, risponde all’amore di Cristo Sposo e il petrino è il maschile che rappresenta Cristo Sposo che ama per primo. E “Proprio perché l’amore divino di Cristo è amore di Sposo esso è il paradigma e l’esemplare di ogni amore umano, in particolare dell’amore degli uomini maschi.” (MD n.25) I quali quindi sono gli unici a potere rappresentare Cristo.
C’è compatibilità tra la chiesa comunione, la capacità di tutti i battezzati di essere sacerdoti re e profeti e queste affermazioni?
Bisogna guardare avanti non tanto per riconoscere un diritto negato alle donne ma per non ingabbiare Dio in categorie troppo limitate.
4) Guardare al mondo e al futuro con gli occhi di tutti
Il Concilio ha saputo guardare al mondo e al futuro con fiducia. Dobbiamo riprendere questo metodo e probabilmente lo potremo fare meglio se gli uomini e le donne del popolo di Dio condivideranno gli sguardi.
Essere uomini e donne del popolo di Dio significa che tutti dobbiamo partecipare alla vita della Chiesa sia nel servizio che nel prendere la parola, sia nella vita interna che nel dialogo con il mondo. Troppe volte la Chiesa si presenta solo con il volto degli uomini celibi che la guidano.
A questo scopo ci vuole anche un laicato più attivo. Bisogna che non venga “silenziato” dai pastori ma anche che sia più coraggioso. Un maggiore protagonismo del laicato potrà forse anche aiutare l’intera Chiesa ad essere più profetica e anticipatrice dei tempi. Il Magistero della Chiesa troppo spesso si è fatto trascinare dalla forza dei cambiamenti sociali spesso contrastati e poi apprezzati con grave ritardo. Potrebbero forse i laici e le laiche finalmente decisi e “autorizzati” a parlare,  rendere la Chiesa tutta meno paurosa dei nuovo? Potrebbero i laici e le laiche contribuire a valorizzare il magistero sociale della chiesa in tutti i campi superando l’idea che esso si occupi solo di bioetica e scuola cattolica?

Bibliografia
Elizabeth Jhonson, Colei che è – il mistero di Dio nel discorso teologico femminista, Queriniana Brescia 1999
Elizabeth Jhonson, Vera nostra sorella – una teologia di Maria nella comunione dei santi, Queriniana Brescia 2005
Cettina Militello, Donna e teologia, EDB Bologna 2004

Graziano Vallisneri