Seguiamo da tempo la vicenda connessa alla localizzazione del luogo di culto per i Musulmani stabilitisi a Parma negli ultimi decenni, sempre più numerosi e fattisi ormai Comunità. L’argomento è delicato e complesso ma non rinviabile né ascrivibile ad altri livelli: ogni città europea ormai è chiamata a misurarsi si questi temi. In più occasioni ho ricordato come in Europa l’approccio storicamente dato alla questione ebraica non offra molte lezioni… Tuttavia su questo versante, solo in Italia in tempi recenti (si pensi alla Spagna o ai Balcani, per arrivare dopo la guerra d’Algeria alla Francia, od infine negli ultimi decenni alla Germania che ospita da sola diversi milioni di immigrati turchi), la questione diventa emergenza. A chi segue la cosa da tempo e da una panoramica più ampia, non sfugge l’impressione come invece le singole vicende vengano affrontate città per città in una chiave meramente locale, spesso  alterando i termini del problema, con ottiche localistiche e burocratiche. Ma anche con comportamenti improvvisati ed opportunistici, da parte delle Amministrazioni e delle forze politiche, come talvolta perfino delle Diocesi, la cui prassi pare spesso improntata più ad assecondare gli umori che a suscitare slanci generosi e lungimiranti (e l’esempio del card. Tettamanzi a Milano sembra l’eccezione, più che la regola).
Da questo punto di vista, Parma non ha certo sfigurato (a fronte di tante altre città: basti pensare ai casi di Bologna e Genova): anche se le soluzioni individuate, prive del dovuto respiro urbanistico anche se concepite entro un corretto approccio di “patto di cittadinanza”, hanno causato problemi a non finire, che richiamano tutti ad un concorso responsabile. Ho dichiarato al riguardo che non trovo né serio né giusto scaricare per intero la questione sulle spalle delle singole Amministrazioni Comunali, chiamate ormai sempre più spesso in causa nella latitanza delle Autorità superiori. Va quindi denunciata la carenza normativa in materia, su più piani, ma -per quanto tocca maggiormente le mie corde- su quello della libertà religiosa. Mi permetto di far notare come tra le “incompiute” di questa doverosa celebrazione del 150° dell’Unità d’Italia vi stia anche l’iter di una Legge sulla libertà religiosa. Il fatto che l’unica celebrazione di questo tema riguardi una data -quella del 17 febbraio ad opera delle Chiese Evangeliche Italiane (messa in risalto nel Calendario Parmense delle Famiglie di Abramo)- che risale addirittura al 1848, fa ben intendere l’arretratezza sulla materia. Hanno pesato qui certamente prima il Risorgimento, con l’insorgenza della “questione romana”; poi il fascismo che con i Patti Lateranensi puntò ad ampliare il suo consenso; poi infine le mille incoerenze che hanno visto (anche per questo aspetto) dimenticate le deleghe previste dalla Costituzione della Repubblica (poco integrate anche nel Concordato del 1984). Oggi la si vorrebbe modificare: ma anche su questo terreno essa va anzitutto applicata e realizzata (i suoi enunciati sono ben chiari  agli art. 2 e 3, ma anche a questo proposito esplicito: all’art. 8, concepito per bilanciare il noto art. 7, e poi agli art. 19 e 20)!
Le minoranze religiose e le elites intellettuali hanno inutilmente invocato questa legge da decenni: i cattolici, almeno dopo il Concilio Vaticano II (che approvò la Dichiarazione Dignitatis Humanae), non dovrebbero avere né dubbi né resistenze al riguardo. Prima l’ultimo governo Andreotti nel ‘90, poi quello Prodi nel  ’97 ed anche quello Berlusconi nel 2007 hanno ripreso l’argomento, con disegni di legge, rimasti però lettera morta: anche per le resistenze perduranti della Conferenza Episcopale Italiana. Così anche il regime delle Intese con le singole Confessioni religiose ha proceduto a singhiozzo (6 concluse, 6 da ratificare, 2 da definire): ma quella con l’Islam non è  stata nemmeno avviata. Qui insorgono difficoltà serie: sia obiettive (per il contrasto di fondo tra le basi del diritto pubblico civile e quelle del diritto islamico)  che soggettive (con la questione della non facile rappresentanza di questo mondo); ma la questione andrebbe almeno sviscerata ed affrontata, dando la luce ad una legge organica sulla libertà religiosa a 360 gradi, poi eventualmente accompagnata da sanatorie e regimi provvisori.
Non è il caso di ulteriori contrasti di cortile o di pollaio, come sembra tentare qualcuno della Lega Nord: a 150 anni dall’unità d’Italia il tema va finalmente portato a soluzione e l’Europa -che vede imbarazzata quanto si svolge al di là del Mediterraneo- deve  a sua volta risvegliarsi, per assumere appieno un ruolo attivo: le basi della pacifica convivenza vanno poste tanto nelle nostre città, quanto nei paesi a maggioranza musulmana, rivendicando ovunque la stessa logica plurale ed umana. A nessuno, ce lo dicono gli avvenimenti di questi giorni, può essere più consentito un doppio linguaggio.
Luciano Mazzoni