Nel seggio presso il quale offro servizio durante le elezioni, i giovani che vengono a votare sono sempre meno. Molti anziani, anche in carrozzina, mentre i giovani si contano sulle dita delle mani. Troppo facile ridurre la motivazione alla presunta perdita di senso civico delle nuove generazioni. In parte questo può essere vero, ma la situazione attuale mi fa giungere ad un’altra amara considerazione: l’Italia, si sa, non è un paese per giovani. Non solo demograficamente parlando, ma anche a livello politico. Sia perché la politica non si occupa a sufficienza dei giovani, sia perché i giovani sembrano avere un rapporto conflittuale con essa. In passato il termine politica è stato sinonimo di impegno civile e contestazione, mentre attualmente suscita unicamente un certo disinteresse, se non un vero e proprio disgusto. Frasi come “i politici  sono tutti ladri” sono all’ordine del giorno (spesso con cognizione di causa), mentre i partiti sono sempre di più visti come delle aziende utili a far arricchire i propri manager, cioè i politici stessi. Eppure, nel dopoguerra lo strumento per partecipare al mutamento del paese furono proprio i partiti, a cui i giovani si avvicinavano attraverso le sezioni e le parrocchie. Erano luoghi in cui si discuteva, spesso animatamente, e dove si formavano le idee. Si cresceva nel partito e, se si dimostravano determinate doti, si veniva selezionati per formare la nuova classe dirigente. Poi, alla fine degli anni sessanta i partiti hanno cominciato ad essere considerati troppo lenti nel recepire gli stimoli delle nuove generazioni. Nonostante ciò, l’interesse per la politica crebbe, raggiungendo il culmine nel ’68. Ora l’attenzione dei giovani, o perlomeno di quelli ai quali non importa nulla del Grande Fratello, si è spostata sulla vita privata: studiare, lavorare e realizzarsi. E proprio a questi temi, l’istruzione e il lavoro, la classe politica italiana sta negando il suo investimento. I giovani si scontrano con una realtà che li vede destinatari di iniziative governative che hanno prodotto incertezza e precariato. Così le istituzioni appaiono sempre più distanti e la politica recepita come un’entità che  va osservata a debita distanza. L’opportunismo e gli scandali non hanno poi fatto altro che alimentare tale profondo scetticismo. I pochi giovani che tentano di accostarsi alla politica italiana scarsamente considerati ed ascoltati dai  di partito, spesso refrattari nel prendere in considerazione nuove proposte. Non ci si può quindi meravigliare se molti giovani hanno un’opinione negativa della politica e provano sentimenti di rabbia, diffidenza o noia. Tuttavia, oggi più che mai è necessario che i giovani facciano sentire la loro voce in seno alle istituzioni, utilizzando quella tecnologia e quelle piattaforme nate con loro. Grazie al web, mai come oggi le opportunità di conoscenza sono così alla portata di tutti. La politica ce l’ha messa tutta per allontanare i giovani da sé e proprio per questo è il momento di reagire. Devono essere i giovani a cambiare la politica e non la politica a cambiare i giovani. Le grandi manifestazioni di protesta di quest’inverno potrebbero rappresentare una rinata volontà di partecipazione. Staremo a vedere.

Andrea Dall’Aglio