Non è la prima volta – e non sarà l’ultima – che il “contorno” del Festival di Sanremo prevale, per valore e per audience, sulla gara canora. Ma nel caso dell’edizione appena terminata la causa non va ricercata tanto nella scarsa qualità delle canzoni in gara quanto piuttosto nella straordinaria performance di Roberto Benigni sull’Inno di Mameli. A proposito della quale va subito sgombrato il campo da un pregiudizio duro  a morire, che cioè l’argomento fosse troppo importante e serio per essere trattato da un comico. Primo, perché Benigni, almeno da “La vita è bella” in poi, non è più (solo) un comico, e poi perché,  già dalle commedie di Aristofane (2400 anni fa…),  il riso e il sorriso si sposano perfettamente anche con  argomenti di alto contenuto morale, civile e politico – un nome per tutti: Molière.
A proposito dell’intervento di Benigni, tra i suoi tanti pregi  va sottolineata  la scelta di sottoporre il nostro inno nazionale ad un esame “filologico”, che partendo dal testo ne mettesse in luce il contesto culturale, le ascendenze letterarie e i riferimenti storici. Ebbene il risultato, grazie anche all’appassionata lettura di Benigni, è stato quello di offrirci un Risorgimento purificato dalle tante interpretazioni retoriche, sia positive che negative (ultimamente assai frequenti).  Un po’ come capita quando, finito il restauro, un quadro famoso, riportato il più vicino possibile ai colori originari, appare diverso  e come nuovo, e al tempo stesso restituito pienamente all’epoca della sua composizione.   
Ma la  passione, autentica fino alla commozione, con cui Benigni ha spiegato il significato del nostro inno nazionale non ha potuto cancellare la distanza, anzi l’abisso che separa l’epopea risorgimentale dai nostri tempi.  Sintetizzando in modo anche brutale, se allora gli uomini erano a completo servizio di un ideale, tanto da essere “pronti  alla morte” ( e non solo in senso figurato) per il loro Paese, oggi avviene esattamente il contrario: sono gli ideali, le istituzioni, i progetti politici ad essere stravolti  e asserviti alle esigenze degli uomini – e di uno in particolare.
Neppure queste amare considerazioni cancellano però la speranza che tanti uomini e donne condividano lo stesso “amor di Patria” che Benigni ha riversato nelle case degli italiani; e a rafforzare questa speranza va ricordato che, quasi a raccoglierne il testimone , poche ore dopo la sua “lezione sanremese” migliaia di cittadini si sono ritrovati per le strade di Parma in difesa della nostra Costituzione, nata anch’essa, come l’Unità d’Italia, dal sacrifico e dal sangue di tanti italiani “comuni”.

Riccardo Campanini