Parma per anni è rimasta priva di strumenti efficaci di programmazione del ciclo generale di rifiuti sul territorio.
La Provincia, ente a cui è affidata la delega alla programmazione nel campo dei rifiuti, sino alla fine degli anni novanta limitava il proprio intervento a strumenti di pianificazione, i piani interregionali, che si basavano su un sistema di smaltimento affidato a vecchi impianti, alcuni dei quali avviati allo spegnimento, come il vecchio inceneritore del Cornocchio, in Comune di Parma, o sulla previsione di nuove discariche, in località scelte in base a criteri per lo meno controversi, come il caso di Monte Ardone.
Vale la pena di soffermarsi in particolare sulla questione della discarica di Monte Ardone, per anni rimasta come principale scelta strategica della Provincia, e che sollevò polemiche aspre, rimanendo per anni inattiva.
Monte Ardone è un luogo particolare, collinare, poco servito da strade piccole e tortuose, nonché tormentate da una continua franosità, in zona di pre-parco, nelle colline tra Fornovo, il Monte Prinzera ed i Boschi di Carrega, tra calanchi argillosi, ed una delle poche zone della provincia in cui viene coltivata la vite e prodotto un vino di qualità. La località di Monte Ardone è anche interessata da vene importanti sotterranee di gas naturale, per cui sono attivi impianti di estrazione.
Monte Ardone, nonostante queste caratteristiche del tutto inadatte, fu scelta negli anni novanta dalla Provincia di Parma e dal Comune di Fornovo come sito per la più importante discarica di rifiuti della Provincia su cui smaltire circa 300.000 metri cubi di rifiuti urbani. La comunanza politica delle due amministrazioni, quella di Piazzale della Pace e quella di Fornovo, entrambe di centro-sinistra, favorì la scelta, che avrebbe generato per il Comune di Fornovo un utile finanziario consistente per tutti gli anni di gestione dell’impianto.
Monte Ardone incontrò difficoltà enormi, si incagliò in indagini giudiziarie, che approdarono addirittura sino al Parlamento nazionale, trovò l’opposizione del Consorzio dei produttori del prosciutto di Parma, per i numerosi salumifici in zona, dovette subire interruzioni lunghissime nell’iter autorizzativo, subì varianti sostanziali di carattere funzionale, che ne limitarono la fruizione e ne ritardarono l’avvio, e si rivelò quindi, nei fatti, una non-soluzione.
Se si pensa che l’altra discarica attiva importante in provincia di Parma era quella di Tiedoli, in alta Val Taro, la quale presentava gravi problemi di staticità e pericoli costanti di sversamenti di percolato, al di sopra dell’invaso del fiume Taro, si ha l’idea di quale fosse la situazione allora, che si trovò di fronte la nuova Amministrazione subentrata nell’anno 1999.
L’Amministrazione provinciale, guidata da Andrea Borri, con l’assessore all’Ambiente Ovidio Bussolati, si fece subito carico di una condizione drammatica, in cui Parma si trovava a non disporre di alcun tipo di strategia credibile nella gestione dei rifiuti.
Borri e Bussolati avviarono quindi le procedure per dotare la provincia per un nuovo Piano di gestione, che cercasse di inquadrare, in un assetto organico, le varie problematiche del ciclo rifiuti, dalla produzione, alla raccolta, al riciclo, allo smaltimento della frazione non riutilizzabile. Principali finalità del piano erano la riduzione complessiva della frazione non differenziata ed il raggiungimento dell’autosufficienza da parte della provincia di Parma.
Il Piano provinciale, adottato in forma di preliminare nel 2002, nella sua conformazione originaria prevedeva una serie di misure cablate, sulla base di una previsione di contenimento della produzione del rifiuto e di incremento della raccolta differenziata. Lo smaltimento era affidato dal piano ad un sistema articolato di trattamento, tra cui numerosi impianti di compostaggio della frazione umida ed un grande impianto di termovalorizzazione della frazione secca da prevedere a Parma, tarato su non più di circa 65.000 tonnellate di rifiuto da bruciare.
Dopo la scomparsa di Borri, il Piano arrivò ad approvazione solo nel 2005 con la nuova Amministrazione a lui succeduta, rimanendo teoricamente fedele alle sue linee programmatiche originarie, salvo una variante sostanziale, derivata dall’accoglimento nel Piano di un’Osservazione presentata da parte di Amps e relativa al dimensionamento del termovalorizzatore, la cui conseguenza fu il raddoppio delle potenzialità di smaltimento, dalle previste 65.000 del piano nella versione originaria alle 130.000 tonnellate/anno di rifiuti da avviare a combustione.
In realtà, da un’attenta lettura delle controdeduzioni della Provincia all’Osservazione di Amps (l’Osservazione numero 4, le cui controdeduzioni furono approvate dal Consiglio Provinciale il 22 dicembre 2004) la formula di accoglimento fu per lo meno sibillina, nel senso che, nel prendere atto delle diverse valutazioni di Amps sulle necessità di smaltimento complessive, in particolare per i rifiuti speciali, valutazioni che, di fatto, si contrapponevano ai conti eseguiti dagli estensori del Piano, la Provincia dichiarava, in fase di approvazione finale, che il dimensionamento del termovalorizzatore era materia che andava oltre le specifiche competenze del Piano.
La Provincia dichiarava contestualmente che le indicazioni dimensionali del Piano rimanevano un riferimento “opportuno” (e quindi, si intenderebbe, non vincolante), precisando tuttavia l’esigenza di una necessaria “flessibilità”. Le modalità con cui questa osservazione era stata accolta, evidenziavano un evidente tentativo dell’Ente di sottrarsi, almeno nella forma, seppur non nella sostanza, rispetto ad un giudizio, che invece rimarrà vincolante, al punto che il successivo progetto esecutivo per il termovalorizzatore sarà approvato proprio con una potenzialità di 130 tonnellate/anno.
Il raddoppio dell’impianto tra piano adottato e piano approvato fu allora contrastato soprattutto da Legambiente, sulla base in particolare di due aspetti di merito.
La prima ragione dell’avversione di Legambiente alla scelta di raddoppio era legata al pericolo che un sovradimensionamento del termovalorizzatore avrebbe di fatto disincentivato una virtuosa politica di raccolta differenziata, poiché le ragioni economiche di gestione del forno avrebbero richiesto una quantità sempre più elevata di rifiuti da bruciare, la cui eventuale diminuzione avrebbe eroso la redditività dell’impianto.
La seconda preoccupazione riguardava, in parallelo, la possibilità che la stessa natura societaria del soggetto virtualmente designato alla gestione, ovvero la multiutility Amps, poi trasformata in Enia, oggi Iren, per le sue stesse caratteristiche di sempre più vasta pertinenza territoriale, che comprende più province, avrebbe potuto, in fase di esercizio, condurre a ricevere nell’impianto rifiuti non solo da Parma, ma bensì anche da altre province.
La successiva scelta di Reggio Emilia di limitare la costruzione di impianti di incenerimento sul territorio della propria provincia alimenterà in seguito tale specifica preoccupazione.
Paolo Scarpa