Emma Marcegaglia ha proposto che la ricorrenza dei 150 dell’Unità d’Italia venga festeggiata lavorando: in un momento di difficoltà per la nostra economia – ha spiegato la Presidente di Confindustria  – non possiamo permetterci di “regalare” un giorno di lavoro (che potrebbero diventare due in caso di “ponte”). A sostegno di questa tesi si potrebbe anche ricordare che la Repubblica italiana, erede dell’Italia risorgimentale, è fondata appunto sul lavoro, come sancisce il primo articolo della Costituzione.
Questa presa di posizione, condivisa da diversi esponenti politici, rilancia il problema del rapporto tra lavoro e festività, che  in questi ultimi mesi è balzato spesso all’attenzione della cronaca, a volte con toni fortemente polemici, ad esempio in occasione dei referendum tra i lavoratori FIAT di Pomigliano e Mirafiori. E anche a livello locale perplessità e proteste hanno accompagnato la scelta di cominciare i saldi invernali proprio il giorno dell’Epifania.
Il tema è naturalmente complesso e difficile, e non esistono “ricette” per risolverlo in modo automatico. Ma quello che colpisce in questi discorsi è la scarsa, se non nulla, attenzione a quella “qualità del lavoro” che era un riferimento obbligato – quasi un luogo comune –  fino a pochi ani fa. Anche senza scomodare gli psicologi e i consulenti è infatti evidente che il rendimento di un lavoratore non può prescindere dal suo ben-essere, e che quindi il riposo è (anche) funzionale ad una maggiore produttività. Non sempre, insomma, e non necessariamente per produrre di più (e meglio) bisogna lavorare di più.
Non va poi trascurato il fatto che molti incidenti sul lavoro sono  causati proprio da turni  massacranti: domenica scorsa  a Coenzo un operaio ghanese è stato schiacciato da una lamiera e dopo due giorni di agonia è morto, ma era proprio necessario che lavorasse anche di domenica?!.
E infine – last but not least – c’è una “grande assente” nel dibattito su lavoro e festività: la famiglia.
Ad esempio, se il 17 marzo si lavorerà ma le scuole resteranno chiuse, dove andranno i figli di chi non ha nonni o parenti disponibili? E – più generale – che senso ha lamentarsi delle coppie “che scoppiano” o dei ragazzi abbandonati a se se stessi, e contemporaneamente ridurre sempre più i giorni e i momenti da dedicare alle relazioni familiari?
Di tutto questo, ovviamente, non vanno incolpati gli industriali, che fanno solo “il loro mestiere”, ma quelli – in primis i politici, ma non solo –  che il loro mestiere hanno smesso da tempo di farlo. Anche nei giorni feriali.

Riccardo Campanini