Attorno alla questione del termovalorizzatore a Parma è cresciuta in questi mesi una discussione sempre più ampia, che ha allargato i propri recinti culturali, coinvolgendo una visione degli stili di vita, orientata ad un’estensione dei principi di sostenibilità verso tutte le nostre principali attività individuali, economiche e sociali.
Il dibattito, pur meritevole di un approfondimento e di un coinvolgimento sempre maggiore da parte di tutti, singoli cittadini, istituzioni, forze economiche, se proiettato nella realtà amministrativa attuale della città, ha assunto ormai toni quasi surreali.
Si discute a Parma, infatti, se il termovalorizzatore si debba fare o meno, nello stesso tempo in cui la costruzione del termovalorizzatore procede speditamente, dopo che vi sono già state investite risorse di decine di milioni di Euro, dopo che attorno alla sua ideazione è stata impostata, a fare tempo dall’approvazione del Piano provinciale gestione rifiuti nel 2005, buona parte della strategia futura di gestione dei rifiuti nella provincia di Parma.
Sono soprattutto due le motivazioni addotte da chi avversa il progetto: il termovalorizzatore produrrebbe inquinamento dell’aria ed è quindi bene trovare alternative radicali che non comportino emissioni nocive in atmosfera ed inoltre il termovalorizzatore determinerebbe un danno, non solo di immagine, alla filiera agroalimentare parmense, a cominciare dalla Barilla, la cui sede è a poche centinaia di metri dal sito dell’impianto, lungo l’asse autostradale, presso l’area Spip.
L’alternativa proposta dai vari comitati riguarda una radicale trasformazione del sistema di organizzazione della distribuzione, del commercio, della produzione, della raccolta differenziata, del sistema di smaltimento della frazione residuale risultante dalla selezione di raccolta.
Le ragioni dei comitati “anti-inceneritore” (NB: per i suoi detrattori, l’impianto viene spregiativamente definito come un “inceneritore”) appaiono orientate ad una visione forse estrema, ma comunque affascinante, non solo della questione ciclo rifiuti, ma, in senso assai più ampio, della stessa organizzazione sociale ed economica, una visione “ad emissioni zero”, che trova riferimenti importanti in una cultura ambientalista internazionale, dalla cosiddetta decrescita felice in poi.
Le ragioni di coloro che invece si dicono favorevoli all’impianto sono improntate al realismo, a fronte di una situazione, quella di Parma, in cui i nostri rifiuti, in sostanziale assenza di impianti di trattamento, vengono esportati e smaltiti in altre provincie.
La realtà, infatti, ci dice che, delle oltre 250.000 tonnellate di rifiuti urbani e delle circa 50.000 tonnellate di rifiuti industriali e speciali prodotti annualmente in provincia di Parma, pur sottraendovi una quota di circa il 50% che viene selezionata da raccolta differenziata, la parte residuale da avviare a smaltimento viene pressoché tutta spedita fuori dal nostro territorio, a Reggio, a Pavia, a Bologna, a Milano, a Forlì, ecc., per essere trattata in discariche o forni inceneritori di quelle città.
Il principio Nimby “non-nel-mio-giardino” si traduce quindi oggi, nella sostanza, nell’uso improprio del giardino altrui, ovvero di quello dei cittadini di Reggio, Pavia, ecc., in cui andiamo quotidianamente a riversare il contenuto delle nostre pattumiere.
Detto in termini generali, Parma non ottempera, ormai da anni, all’obbligo dell’autosufficienza territoriale nel campo dei rifiuti.
Il Piano provinciale di gestione rifiuti, nato da un’impostazione originaria voluta da Andrea Borri e Ovidio Bussolati, suo giovane assessore all’ambiente, fu il primo tentativo credibile di porre rimedio alla situazione. Esso prevedeva una serie articolata di misure finalizzate alla riduzione del rifiuto alla fonte, ad un’implementazione della differenziata, allo sviluppo di impianti territoriali per il riciclaggio della frazione riutilizzabile, tra cui anche, ma non solo, un impianto di trasformazione della frazione secca del rifiuto in calore ed energia.
L’approvazione del Piano provinciale, avvenuta dopo la scomparsa di Borri, nel 2005, assunse a sé anche alcune osservazioni di Amps, che portarono ad un dimensionamento del termovalorizzatore previsto in Comune di Parma presso l’area Spip, sino a 130.000 tonnellate di rifiuto combusto all’anno, circa il doppio di quanto previsto nell’originaria stesura del piano.
Tale dimensionamento fu ritenuto eccessivo da alcuni, Legambiente in particolare, che pure non era contraria al termovalorizzatore in sé. Quella di Legambiente fu allora, di fatto, l’unica voce critica.
E’ comunque dall’approvazione del Piano provinciale, ovvero dal 2005, che l’impianto è stato previsto ed adottato nelle sedi istituzionali preposte; le successive fasi di sottoscrizione di accordi tra Provincia, Comune di Parma e soggetto attuatore (Amps, poi Enia, oggi Iren) sono state una diretta conseguenza operativa di una decisione già allora assunta e condivisa di fatto da tutte le forze politiche.
Alla luce di ciò, se le posizioni del comitato contrario al termovalorizzatore appaiono improntate ad onestà intellettuale, e non vi è ragione di dubitarne, pur essendo esse quanto meno tardive, in quanto non espresse al momento giusto, ovvero nel periodo di istruttoria e approvazione del piano del 2002/2005, di contro molte delle posizioni delle forze politiche e dei partiti espresse oggi a Parma rischiano di apparire decisamente strumentali, soprattutto quelle mirate a rimettere in discussione posizioni già assunte, o quelle che tendono a defilarsi pavidamente da un confronto, che rischia di divenire imbarazzante.
Il Borgo si ripromette, nelle prossime settimane, di avviare anche al proprio interno un dibattito finalizzato a costruire i presupposti per un proprio contributo alla discussione, partendo dall’analisi delle cause originarie, certamente non recenti e comunque complesse, che sono alla base del problema dell’attuale non-autosufficienza di Parma nel settore dei rifiuti.

Paolo Scarpa, Vicepresidente Il Borgo