Non sono un esperto tuttologo, ma solo un cittadino interessato alla politica italiana come più o meno tutti dovrebbero esserlo, dato che comunque la politica in Italia si interessa, e tanto, di loro.
Anziché analizzare tutta la situazione politica, impresa oggi più che mai titanica ma inane, in questa grande confusione di lingue e di ruoli, mi soffermo su quello che ritengo al momento uno dei temi centrali, quello del dibattito sul federalismo.
Personalmente vengo dalla scuola democratico cristiana delle autonomie locali, e desidererei uno stato nazionale sufficientemente leggero per delegare a valle quello che una sussidiarietà ragionevole suggerisce, ma tale da delegare le giuste funzioni ed autorità pure a monte, ad una Unione Europea concepita come una entità non troppo lontana da una sorta di Stato federale.
Intanto osservo come il partito di maggioranza (o i partiti, considerando Futuro e Libertà?) che aderisce in Europa al gruppo popolare, e che perciò dovrebbe essere erede in questo della mia stessa tradizione, non sembra granchè interessato nei fatti a delegare ulteriori poteri ad una rafforzata Unione Europea. Vuoi perché i popolari europei stessi si sono ormai mescolati con gruppi conservatori quando non reazionari, i quali alla nostra Europa non hanno mai creduto più di tanto. De Gaulle per esempio era un gigante, specie rispetto agli squallidi nani di oggi, però non era Schuman. Vuoi perché su questo tema come su quasi tutti gli altri, la linea politica del PDL sembra opportunistica, dettata dai sondaggi, che oggi danno la dimensione europea in crisi anche nella opinione pubblica italiana, un tempo così euroentusiasta, anche perché oggettivamente ne ha tratto vantaggi immensi, come la cronaca di oggi potrà anche dimenticare, ma non lo farà la storia.
Ma il dibattito sul federalismo negli ultimi anni, più che vertere, come dovrebbe fare, sulla dimensione sovranazionale europea, verte sulla struttura interna allo Stato italiano, che si vorrebbe riformare appunto in senso federale.
L’operazione, ognun lo vede, è di per sé anomala, antistorica, perché di solito le federazioni le si costruiscono dal basso verso l’alto, e non il contrario.
Il fatto, semplicissimo, è che in Italia il dibattito sul federalismo è falso e strumentale.
Oggi la questione del federalismo è in particolare all’ordine del giorno perché Umberto Bossi minaccia la crisi di governo, e presumibilmente quindi elezioni anticipate, se una riforma federale non la si fa subito, e come la vuole la Lega Nord. La questione sottesa quindi è in sostanza la crisi di governo e le elezioni anticipate.
Mi pare che anche nel mio partito, quello Democratico, ci sia su questo tema (come su altri, purtroppo) una certa confusione, ma oggi il punto non è la autofustigazione.
Il punto è che il dibattito sul federalismo in Italia è appunto trainato da un “accidente”, cioè dalla presenza al governo di un partito “eversivo” dell’ordine costituito tradizionale, la Lega Nord, e dagli ampi consensi che la stessa ha raggiunto in alcune aree del Paese in primis, e, stando ai sondaggi, ormai più in generale nell’insieme del Paese.
Mi ha colpito in proposito una recente presa di posizione di un uomo pubblico, come definirlo altrimenti?, il giocatore Gattuso, del quale non conosco la cultura politica, ma l’affiliazione calcistica al Milan sì, quindi un ennesimo dipendente del cav. Berlusconi, il quale ha sentenziato, pur da meridionale di origine, che quanto meno la Lega a suo dire avrebbe degli obiettivi chiari, che perseguirebbe con abilità e determinazione, e ciò farebbe propendere lui stesso a valutare la possibilità di darle il voto, dato che oggi risiede pure lui al Nord (ma potrebbe anche essere che domani questo personaggio vada a rompere i palloni in qualche altro posto affetto da problematiche simili, o diverse, che so, la Catalogna del Barcellona, il Belgio fiammingo dell’Anderlecht).
Per quanto riguarda il pallonaro, lo si potrebbe liquidare considerando, ovviamente mutatis mutandis per parecchi ordini di grandezza, che anche i nazionalsocialisti avevano a suo tempo idee chiare, che esprimevano apertamente, e che perseguirono con grande determinazione, fino alla soluzione finale: quindi un comportamento politico “coerente” di per sé non è un valore assoluto, tutt’altro. In qualche fase appoggiare forze molto determinate può semplicemente coincidere con lo stare dalla parte di chi in quel momento appare il più forte, in qualche caso il più violento, atteggiamento non raro nella storia italiana. D’altra parte,  una mezza dozzina di docenti universitari italiani nel 1939 avevano pure loro le idee chiare sulla questione della razza semita, e le espressero coraggiosamente, ma non coincidendo queste idee con quelle del “più grande statista italiano di tutti i tempi” (Fini, qualche stagione fa), persero il posto di lavoro, senza l’apprezzamento per la propria fermezza né da calciatori, né da molti altri.
Un dibattito politico ha senso evidentemente solo in un contesto democratico. Ma quanti calciatori del Milan, per esempio, o tanti altri italiani, in Sicilia o in Calabria per esempio, operano oggi in un contesto autenticamente democratico? Del resto, è vero, nemmeno la Chiesa è una democrazia, giustamente, e pertanto può atteggiarsi nei confronti del potere politico nel modo che qualcuno in alto loco ritiene in quel momento giusto, lasciando alla critica storica successiva un giudizio, appunto storico più che politico, se quel “dialogo” con un potere poco o nulla democratico, sia stato utile a qualche anima o a qualche corpo del popolo cristiano.
Ma torniamo al dibattito sul federalismo in Italia oggi.
Il consenso che hanno espresso, e ancor più sembra esprimerebbero tanti italiani del Centro-Nord sulla Lega Nord, ha davvero a che fare con un consenso sul programma federalista della Lega stessa?
All’articolo Uno dello Statuto della Lega Nord, che nel titolo è definita “per l’indipendenza della Padania”, fatto di 5 righe, c’è scritto che questo partito “ha per finalità il conseguimento dell’indipendenza della Padania attraverso metodi democratici e il suo riconoscimento internazionale quale Repubblica Federale Indipendente e sovrana”.
Pertanto, i Padri Fondatori della Padania (articolo 6), che sono “coloro che il 15 settembre 1996 dal palco di Venezia hanno proclamato l’indipendenza della Padania dando lettura della dichiarazione di indipendenza e sovranità, della Costituzione transitoria (…)”, hanno espresso con chiarezza e determinazione, che per loro la repubblica federale non è l’Italia, che nemmeno citano nel loro Statuto, ma la Padania, costituita da 13 regioni che vanno dall’Alto Adige-Suedtirol all’Umbria, le Marche, la Toscana [en passant: la pura e semplice indipendenza per il Suedtirol non è prevista, non so sulla base di quale considerazione “nazionale” o altro].
Tutto questo si scarica oggi stesso da internet in pochi secondi, è lì a disposizione di tutti coloro che lo vogliano leggere.
Questo partito,  i cui leader si autodichiarano nel proprio Statuto in sostanza degli “eversori” che hanno già espresso una propria dichiarazione di indipendenza e sovranità rispetto ad un Paese che si chiama Italia, e hanno proclamato una Costituzione diversa da quella italiana, esprime oggi, per esempio, il Ministro dell’Interno.
Questo partito, dal punto di vista politico, tiene sotto scacco, o ricatto se vogliamo, l’attuale Presidente del Consiglio Berlusconi ed il suo partito PDL, e minaccia di farlo cadere se non consente una marcia spedita verso i propri obiettivi, prevedendo entrambi che, pur vincendo probabilmente ancora la loro coalizione, i rapporti di forza tra i due componenti sarebbero molto diversi, a favore della Lega e a sfavore del PDL.
Che poi transitoriamente la riforma federalista oggi all’esame del Parlamento italiano non coincida con il progetto vero e dichiarato della Lega Nord è evidente, così come a me è evidente che questo progetto federalista è quanto meno un pasticcio, che sembra quasi pensato apposta per cospirare a mandare a picco lo Stato italiano, aiutando a determinarne il collasso economico, sociale e politico.
Condizione questa che rappresenta del resto una possibilità storica per questi “eversori” di vedere avanzare il proprio progetto eversivo, io lo definirei tale senza etichette. Va dato atto però che, sinora, considerando a come concretamente si esprime la democrazia in Italia, la Lega Nord ha effettivamente seguito il “metodo democratico” indicato al punto Uno del suo Statuto, e in generale ha rifiutato la violenza, che non è poco.
E’ questo il progetto politico cui oggi aderirebbe una percentuale di italiani superiore al 10% (con percentuali molto superiori, maggiori anche del 50%, in alcune zone del Nord)? E se no, per quale ragione costoro voterebbero per un partito che in altre parti d’Europa verrebbe tenuto all’opposizione da una coalizione di forze nazionali? Un’analisi che meriterebbe più approfondimento!
Talvolta francamente da questo punto di vista mi pare di vivere in una sorta di incubo (e non per carenza di potere politico, personalmente faccio da sempre altre cose), e che un simile incubo non possa durare, ma in effetti una situazione di questo genere sta perdurando da oltre 16 anni (in cui non a caso l’Italia ha sperimentato una crescita sostanzialmente zero) e non sembra che questo pasticcio che andrà in onda qui a gennaio sia l’ultima puntata.
Sarebbe già tanto se chi non condivide né il progetto eversivo né l’attuale percorso tattico pseudo-federalista per pervenirvi, democraticamente e pacificamente, si opponesse frontalmente, anche in piazza, con determinazione apprezzabile anche dagli avversari!
Giuseppe Iotti