Si ha talvolta l’impressione che, proprio  nell’imminenza dei 150 anni dall’Unità, l’Italia stia come rotolando all’indietro: certi sussulti di xenofobia e di ostilità verso le minoranze etniche, talune forme di abuso di potere e di “commercio” delle persone da parte di autorità pubbliche, lo stesso moltiplicarsi di spinte secessioniste farebbero quasi sospettare che il nostro Paese, anzichè costruire il suo futuro, stia pericolosamente scivolando verso il suo peggiore passato – quando lo Stato di diritto era di là da venire, visto che non c’erano né lo Stato né il diritto. E a temere questa regressione è, tra gli altri,  un osservatore autorevole come il Card. Tettamanzi, secondo il quale  “l’Italia di oggi è malata, come lo era Milano ai tempi di San Carlo e della peste”.
Almeno in un aspetto, però, il nostro Paese è radicalmente cambiata rispetto ad allora – ma non è una buona notizia: ad essere irriconoscibile, in peggio, è il territorio. Basti pensare ai disastrosi allagamenti che hanno colpito il Veneto, con la novità rispetto al passato che le zone più colpite non sono quelle storicamente a rischio, ma il “cuore” della Regione, comprese città storiche come Vicenza e Padova. E subito il pensiero corre a quello sviluppo dissennato (su “Repubblica” lo ha impietosamente descritto Ilvio Diamanti, che lì ci vive) a causa del quale uno dei più bei paesaggi italiani, immortalato da Tiziano e Giorgione, si è trasformato in un caotico susseguirsi di capannoni, magazzini, strade e rotonde, portando ad un dissesto ambientale destinato a pesare a lungo sulla sicurezza e la vivibilità di queste aree. E il problema, come noto, non riguarda solo il Veneto (rimandiamo in proposito all’articolo di Nicola Dall’Olio nella Piazza).
A chi pensa con rassegnazione che questo è “il prezzo del progresso” è bene ricordare che la scorsa settimana i cittadini della California – una delle aree più ricche e tecnologicamente più avanzate del mondo – hanno confermato a grande maggioranza quella legislazione in materia di controllo delle emissioni e di sostegno alle energie rinnovabili, grazie alla quale la California è all’avanguardia nella protezione dell’ambiente e nella sviluppo della green economy.
Da noi, invece, quando si parla di sostegno all’economia e di creazione di posti di lavoro, si pensa quasi solo all’edilizia – Parma docet – e alle infrastrutture, beninteso quelle stradali  (e proprio mentre gli altri Stati europei stanno investendo sul trasporto ferroviario…). Sembra, insomma, di essere rimasti agli anni ’60, quando i ragazzi  “sognavano la California”, simbolo, lontano e irraggiungibile,  di libertà, novità, cambiamento. Ma oggi i giovani italiani che sognano un futuro migliore, in California – o  in qualche altro posto dove mettere  a frutto il proprio talento – ci vanno davvero. E neanche questa è una bella notizia.

Riccardo Campanini