Anche chi non ha molta dimestichezza con l’opera lirica sa che nel melodramma ottocentesco uno delle situazioni più ricorrenti è la contrapposizione, e talvolta persino lo scontro al’ultimo sangue, tra il tenore (che solitamente veste i panni del “buono”) e il baritono – che generalmente impersona il “cattivo”. Si può quindi ben dire che questa edizione del Festival Verdi abbia offerto una novità clamorosa, visto che è stato caratterizzato dall’inedito duello –combattuto a suon di dichiarazioni sul principale quotidiano locale – tra un basso, il parmigiano Michele Pertusi, e un baritono, Leo Nucci (bolognese ormai “adottato” dal pubblico del Regio). Il primo infatti si è schierato dalla parte dei loggionisti e ha espresso un valutazione nettamente negativa del Festival, mentre il secondo ha difeso la qualità delle opere proposte dal Regio, di cui è da anni un applaudito protagonista.

Se a questa polemica a distanza – sulla quale è intervenuto da ultimo anche il sovrintendente Meli – aggiungiamo l’ennesima puntata della querelle “fischi sì, fischi no”, e alcuni episodi sfortunati (la dèfaillance del mezzosoprano nel “Trovatore”, l’indisposizione del tenore dei “Vespri”), non c’è dubbio che l’edizione 2010 del Festival Verdi sia stata particolarmente tormentata. Eppure, proprio queste innegabili difficoltà possono offrire lo spunto per riflettere seriamente sul significato e sulla stessa ragion d’essere di una manifestazione così importante nel panorama culturale, ma anche sociale ed economico, della città. Riflessione che non può non partire da alcuni dati di fatto non certo entusiasmanti, come le croniche ristrettezze finanziarie o la concorrenza ormai “planetaria” (oggi le opere di Verdi vengono rappresentate con regolarità ad ogni latitudine); e da quelli invece favorevoli, in primis la forza della tradizione operistica (che le stesse contestazioni dei loggionisti contribuiscono a consolidare) e il brand Parma=Verdi – e viceversa -, storicamente discutibile ma ormai consolidato nell’immaginario collettivo.

Solo avendo ben chiari i punti di forza e quelli di debolezza è infatti possibile imbarcarsi in un’avventura difficile come quella di organizzare un Festival dedicato a Verdi evitando i due rischi, sempre incombenti, di volare “troppo alto” o “troppo basso”. E allora, senza rinnegare il tanto di buono che è stato fatto in questi anni, la “provocazione” di Pertusi va forse letta come un accorato appello, un po’ melodrammatico (e quindi del tutto pertinente), rivolto in primis ai responsabili del Festival, ma in un senso più ampio a tutta la città – dalle istituzioni fino ai semplici appassionati – per far compiere alla manifestazione il necessario salto di qualità in vista del fatidico bicentenario del 2013. Quando, agli occhi (e sopratutto alle orecchie) dei melomani di tutto il mondo Parma diventerà la “capitale” della lirica e per la nostra città sarà davvero il momento di tirare fuori l’acuto delle grandi occasioni. Ma per non arrivare impreparati al 2013 è bene mettere subito in cantiere qualche miglioramento: ad esempio, come suggeriscono in tanti, perché non annunciare il programma del Festival molti mesi prima – se non addirittura un anno per l’altro -, a tutto vantaggio di spettatori, operatori turistici, mezzi di informazione?

Riccardo Campanini