Anche la cosiddetta “cronaca nera” talvolta può farci riflettere su convinzioni tanto radicate quanto discutibili. E’ sufficiente esaminare le due differenti, se non opposte, letture dei delitti più clamorosi commessi in queste settimane: nel caso del pakistano che ha massacrato moglie e figlia tale crimine è stato ricondotto alla “cultura” se non alla religione (islamica) dell’uomo, innestando addirittura una sorta di processo sommario a tutti i musulmani (!), incapaci, secondo taluni commentatori, di accettare i “nostri” valori di libertà ed uguaglianza. Nel caso dell’orribile delitto di Avetrana la violenza compiuta dallo zio di Sarah è stata invece ascritta alla perversione di un singolo individuo, senza ulteriori implicazioni di carattere sociale o culturale.

 

Lasciando da parte il primo aspetto – la presunta incompatibilità tra Islam e valori occidentali – che richiederebbe uno spazio di approfondimento ben maggiore, vale invece la pena soffermarsi sul secondo, e chiedersi se è proprio vero che le violenze nei confronti della categorie “deboli” (donne e minori) da parte di cittadini italiani vadano attribuite esclusivamente a devianze individuali o non siano invece in qualche modo legate anch’esse ad una “cultura” ben radicata persino nella nostra società evoluta e civile.

Un paio di mesi fa, proprio a seguito di una impressionante serie di stupri compiuti in varie parti d’Italia, alcuni organi di informazione si erano interrogati sulla relazione tra questi crimini e una mentalità diffusa che considera la donna una “preda” da conquistare, se possibile con le “buone” o altrimenti con la sopraffazione fisica o psicologica, mentalità veicolata e amplificata dai mezzi di comunicazione, dalla pubblicità, dagli stessi comportamenti di molti personaggi “pubblici”. E, si badi bene, il discorso non riguarda solo aree considerate “arretrate” come quella in cui si è consumato l’assassinio di Sarah. In occasione della Settimana contro la violenza e la discriminazione, in corso in questi giorni, è stato diffuso il dato relativo al numero di donne uccise in Italia tra il 2006 e il 2009: in tutto 439, con un aumento progressivo dalle 101 vittime del 2006 alle 119 del 2009. Del resto basta chiedere informazioni a chi si occupa quotidianamente di questa realtà per scoprire che la violenza sulle donne (ma lo stesso vale per quella sui minori) è un fenomeno che non conosce distinzioni di classe sociale, titolo di studio, religione, nazionalità.

Insomma, è troppo facile, in occasioni come quella del delitto di Avetrana, gridare “all’orco” e illudersi che basti dichiararsi civili e moderni per essere immuni da una mentalità e da una cultura violente. E’ amaro constatarlo, ma la “donna oggetto” contro cui si scagliavano le femministe alcune decenni fa, e che credevamo un ricordo del passato come la TV in bianco e nero, è ancora ben radicata nella mente e nella psiche di tanti uomini del 3° millennio, e convive perfettamente anche con l’Iphone e il 3D.

Riccardo Campanini